Achille Lauro

Achille Lauro

Meglio nono che Ultimo

by Francesco Scossa

Su Achille Lauro (Facebook, Instagram), la sua vita, la sua storia e i suoi testi ci si potrebbe scrivere un libro: e infatti lui l’ha già fatto, Io sono Amleto è alla quarta ristampa in un mese, e si può acquistare in tutte le librerie, su Amazon e compagnia bella già da metà gennaio. Chiariamo una cosa: il nome d’arte deriva sia dal fatto che il suo vero nome è Lauro, sia perché Achille Lauro è l’omonimo armatore italiano, da cui si è sempre (ovviamente) distaccato in merito alle ideologie politiche. La carriera di Lauro De Marinis inizia tra i palazzoni di Serpentara insieme al Quarto Blocco, composto da Simon P, Sedato Blend, Caputo, Crine J e molti altri, e il contesto in cui vive influisce in maniera praticamente assoluta sul suo stile di scrittura, com’è evidente sin dai primi due lavori, ovvero Barabba e Harvard, da cui emerge il lato più autodistruttivo: basti pensare alla title track del disco, Barabba, ovvero una presa di coscienza della sua condizione. I primi due dischi vengono rilasciati in freedownload, e questo aiuta notevolmente l’esposizione di Achille Lauro, fino a quando viene notato da gente come 3D, che in quel momento era la punta di diamante dei producer romani, e Noyz Narcos, che se hai mai sentito un disco rap nella tua vita non ha bisogno di descrizioni. Proprio 3D lo rende partecipe del suo secondo disco da producer, Top (in cui c’è uno degli ultimi pezzi puramente hip-hop di Coez, Follow Me), e Achille scrive Grimey, in cui ha registrato quella che probabilmente è la descrizione della sua intera vita, “ che strano, io mi so’ drogato e pari scemo te …”, una medaglia fatta di due facce: rivalsa da una parte, rassegnazione dall’altra.

Dopo Grimey (che appena uscito mi faceva schifo perché non chiudeva le rime e ripeteva le parole, ma a confronto del 90% dei testi attuali almeno ha un messaggio) viene notato dai maggiori esponenti della scena nazionale, tra cui dal mio adorato Fabio Rizzo, alias Marracash, che lo accoglie sotto l’ala protettiva della sua neonata Roccia Music: da questo momento la carriera di Achille assume la forma di un’iperbole, che sale sempre più velocemente e sempre più in alto nel minor tempo possibile, complice anche la sua innata capacità di innovarsi costantemente e mai in modo banale e/o prevedibile. Nel 2014 pubblica Achille Idol – Immortale, il cui titolo è, anche in questo caso, un’arma a doppio taglio: idol può essere contemporaneamente letto sia come idiota che idolo, citando anche Billy Idol, a cui assomiglia anche un po’, andando a giocare sul fatto che spesso chi vive da incompreso lascia la chiave di volta delle sue opere solo da morto (vedi Van Gogh, che in vita sua avrà venduto mezzo quadro, vaglielo a spiegare ora che il Ritratto del dottor Gachet vale circa 135 milioni di euro). Ma comunque, a differenza degli altri due lavori è più curato, parla di tematiche diverse, passando dall’hardcore di Insalatiera con Noyz Narcos a Scelgo le stelle con Coez, ma soprattutto vanta la prima delle numerose idee geniali di Achille, ovvero paragonare un disco ad una messa, tant’è che alla fine di ogni traccia-canto c’è un “verso”, che riassume la traccia-verso appena conclusa e/o che tratta riflessioni sulla vita dell’artista e tant’è che fece due concerti di questo disco, chiamati appunto La messa bianca e La messa nera.

Poco dopo pubblica il successivo Dio c’è, che altro non è che l’anagramma di Droga In Offerta a Costi Economici, graffito utilizzato spesso negli anni ’80 – ’90 come segnale per indicare una piazza di spaccio, che è un disco-ponte per far comprendere ai fan l’evoluzione che pian piano sta mettendo in moto Lauro: se i ragazzi di periferia sopravvivono da soli, spacciando o con gli intrallazzi (a Milano)/impicci (a Roma) e crescono i loro fratelli più piccoli, li accudiscono, perché non possono essere considerati le loro madri? E se sono considerate madri, cosa gli impedisce di comportarsi, di vestirsi come una donna? Ragazzi madre. Ecco il secondo disco, quello che praticamente lo catapulta sotto i riflettori della scena nazionale. Anche quest’album a sua volta è un ponte, o forse è lo stesso Achille Lauro ad essere un continuo ponte, poiché è impossibile trovare due lavori simili l’uno con l’altro. E per rincarare la dose, Achille decide di far uscire il disco non sotto Roccia Music, che comunque, col senno di poi, stava per sgretolarsi, ma bensì decide di fondare la sua etichetta indipendente, No Face, insieme a DJ Pitch8. Il primo lavoro che esce sotto l’etichetta è proprio Ragazzi madre, nel 2016.

Da quel momento, in cui Ragazzi Madre espone Achille sulla scena rap italiana, tutti non aspettano che la conferma del suo talento con il nuovo disco. Il “nuovo disco” viene concepito in una villa anni ’70, definita dallo stesso Lauro villone, affittata per mesi in compagnia di tutti i producer del disco e nel quale sembra sia stata concepita un’intera trilogia di dischi, di cui Pour l’Amour è solamente il primo capitolo. Il titolo già di per se’ è emblematico: per l’amore, niente di più. Non è dato sapere se l’amore è verso la musica o verso altro, ma sicuramente se non c’è amore, c’è un grande interesse verso la sperimentazione: la nuova svolta di Lauro è figlia della “latin trap” del Conejo Malo, noto ai più come Bad Bunny, e di J Balvin e consiste nella samba trap, divisa per volumi, un po’ come vangeli (forse tra i versetti di Immortale, la copertina di Pour l’Amour e i vangeli c’è un filo conduttore?).

Il primo capitolo-vangelo della samba trap è il primo estratto da Pour l’Amour, Amore Mì, che solamente per il video potrebbe tranquillamente essere considerato il pezzo più fresco del 2017. Escono altri 5 capitoli, Non sei come me, Thoiry RMX con Quentin40, Puritano e Gemitaiz (il pezzo originale è dei primi 2), Ammò con Rocco Hunt e Clementino, Angelo Blu con Cosmo e Purple Rain ancora una volta con Gemitaiz, tutti estratti sia prima che dopo dell’uscita del disco, fuori giugno del 2018. In questo ultimo lavoro emerge tutta la poliedricità di Achille Lauro, passando appunto da pezzi come Amore Mì, evidentemente risultato di diverse contaminazioni, a tracce come Dolores, caratterizzate da una forte influenza latino-americana, Angelo Blu, in cui paragona l’amore alla droga “… Angelo mio, polvere di te …”, e BVLGARI, la vera cafonata del disco, ode all’eccesso “… voglio il funerale in piazza, le carrozze, i cavalli bianchi …”, arrivando praticamente a dimostrare di essere in grado di fare tutto, esattamente come un jolly.

Tutto questo fa da sottofondo al vero motivo per cui oggi parliamo di Achille Lauro e non di Kendrick Lamar, perché è stato concorrente al 69° Festival di Sanremo con Rolls Royce, posizionata al 9° posto su 24 partecipanti e oggetto di una cascata di critiche, dall’“inno alla droga” all’accusa di plagio di 1979 degli Smashing Pumpkins e di Delicatamente della band romana Enter, una cosa indegna con cui, almeno a mio avviso, Rolls Royce non c’entra proprio niente. Già da un mese prima dell’inizio del Festival cominciarono a spuntare dapprima il titolo del brano e poi i commenti delle testate giornalistiche che l’avevano ascoltato in anteprima, a volte paragonandolo a Vasco per il completo menefreghismo relativo all’intonazione, a volte decretandolo come l’ennesimo fallimento della nuova generazione di artisti, a volte dicendo che “… chi si aspettava la trap resterà deluso o sorpreso. Anche se non vincerà mai perché è avanti 100 anni, pure 1000 …” (TGCOM).

Rolls Royce è la massima espressione del languore di Achille Lauro, così come lo considerava Verlaine, allo stesso tempo accostato alla continua, incessante ed inarrestabile voglia di superarsi e di innovarsi sia dal punto di vista stilistico che nella scrittura. Per quanto se ne voglia discutere, tra la droga e Rolls Royce non può essere neanche ipotizzato un collegamento, perché sarebbe l’ennesima dimostrazione dell’arretratezza culturale: guarda in America, Jay-Z e di Kendrick Lamar, il primo spacciatore e il secondo membro di una banda criminale, e chiediti come mai il sig. Barack Obama li reputi due dei suoi artisti preferiti. Perché in Rolls Royce c’è sia la voglia di una vita spericolata (vita spericolata) che l’esatto opposto: “… Dio ti prego salvaci da questi giorni …”, cercando e pregando perché qualcuno/qualcosa ponga fine alla stessa vita spericolata sopra idolatrata. Che è un po’ il paradosso di chi rincorre per tutta la vita qualcosa e poi quando si accorge di averla presa si accorge che, dopotutto, non ne è valsa la pena, tipo Joker, “un cane che rincorre le auto”. Forse è questa la chiave del successo di Achille Lauro, l’assoluta dedizione verso un obiettivo posto all’infinito, a cui per definizione non arriverà mai.

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