Arte e Sapere

Maxxi Macchina Peschereccio

Sulle (in)certezze della Storia dell’Arte

by Fabrizio Mollicone

C’è una struttura nel cortile del Maxxi di Roma che non può passare inosservata: un peschereccio tira fuori dall’acqua una macchina a dimensioni reali. L’interpretazione di un simile impianto, per quanto possa lasciare ampi margini alla riflessione sul comportamento autodistruttivo dell’essere umano, mi sembra alquanto univoca, e per questo ha sempre destato in me un certo tipo di inquietudine. Questo perché ho imparato che le interpretazioni di un’opera d’arte sono infinite, ma, quella che presumo essere l’univocità ermeneutica di questa particolare opera d’arte, sembra non lasciare spazio a questa infinità. In un certo senso, mi viene da dire, questa opera d’arte non dice nulla di più di quello che vuole dire, si dà interamente al suo osservatore, non pone di fronte a nessun equivoco.

Ciò di cui mi sono reso conto è che, al di là di una questione meramente quantitativa, ovvero, di quante siano le interpretazioni possibili, è che quest’opera è costruita in modo tale da non lasciar dubbio al fatto che essa nasconda un significato e un’interpretazione precisa, e che, la bellezza dalla quale siamo affetti guardandola, riguarda in senso stretto esclusivamente il concetto a cui essa allude. L’impressione che, allora, ho avuto mi ha spinto a interrogarmi sulla maniera in cui ciascuno di noi si pone di fronte ad un’opera d’arte.

Anni di studio di storia dell’arte alle medie e al liceo, ci lasciano pressoché con l’unica certezza che quando ci si pone di fronte ad un’opera d’arte, questa non sia altro che la rappresentazione di qualcosa di più profondo che essa cela in sé, e che va riportata alla luce. In questo senso, l’arte è qualcosa che nasconde il suo senso, e l’osservatore è posto davanti un gravoso compito: quello di riportare alla luce il significato che esso nasconde dietro le sue gentili forme. Tutto questo si traduce in un tipico atteggiamento che l’osservatore assume: ci capita spesso (magari non sempre, magari non ciascuno di noi) di porci davanti un’opera d’arte e domandarci “ma cosa significa quest’opera?” o anche “cosa voleva trasmettermi l’autore?”.

In altre parole, immediatamente, ci mettiamo in cerca di qualcosa, presupponendo che ci sia qualcosa da trovare. La particolarità dell’opera sopra citata, è che sembra sbatterti in faccia tale significato: essa si pone in maniera quasi esplicita costruita come uno scrigno che nasconde questo significato, ed è per questo che ha stimolato la riflessione su questo modo di porsi dell’osservatore davanti all’opera d’arte. Quello a cui si allude qui, non è semplicemente l’atteggiamento di coloro che si mettono in cerca della giusta interpretazione, quella originaria, quella dell’autore, quasi fosse la soluzione o la risposta esatta alla domanda della nostra prof. di Storia dell’Arte.

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Infatti, chiunque abbia un minimo di confidenza con la materia, sa bene che una simile interpretazione, soprattutto nell’arte moderna, non esiste, ed ormai è imprescindibile, per una filosofia estetica, il presupposto per cui le interpretazioni di un’opera d’arte siano infinite; questa, ormai, è quasi una ‘banalità’ e non mi interessa parlarne. Più in generale, qui si vuole prender di mira quell’implicito assunto per cui, q u a l s i a s i interpretazione di un’opera d’arte, possieda un certo tipo di razionalità: detto in termini filosofici, genericamente ciascuno di noi è implicitamente consapevole che ogni espressione artistica, in un modo o nell’altro, sia traducibile in logos (ossia in razionalità esprimibile mediante il linguaggio).

Che l’opera d’arte possiede questo genere di razionalità significa che essa può, per intero, essere abbracciata e compresa dalla ragione; in qualche modo, essa si dà al possesso umano e, per così dire, esaurisce e riassume l’infinità delle sue possibili interpretazioni, nella possibilità della sua concettualizzazione. Sia chiaro che qui, il punto non è semplicemente se sia consentita una o più interpretazioni razionali della stessa opera, ma, piuttosto, che qualsiasi interpretazione razionale è in ogni caso limitante se non viene affiancata e contemporaneamente tenuta insieme a tutte le infinite altre e in equivoco, o in contraddizione, con esse.

Il porsi davanti ad un’opera d’arte col preciso intento, anzi, compito, di doverla capire in maniera univoca o definitiva, è una diretta conseguenza dello studio dell’arte nei termini della sua storia: una catalogazione di informazioni su stili, simboli, allegorie, che finiscono per trattare l’arte come un oggetto empirico qualunque e, in senso positivista, interamente comprensibile. La Storia dell’Arte, allora, vorrebbe configurarsi come il saldo e sicuro possesso del sapere che c’è nell’arte, una scienza che fornisce gli strumenti per decodificare e comprendere qualsiasi dettaglio che compone un’opera, cosicché essa sia come un libro aperto, leggibile nella sua totalità.

Ciò che mi piacerebbe mettere in luce, è che, se anche poniamo che le interpretazioni di un’opera d’arte siano infinite, sceglierne una, giusta o sbagliata che sia, rappresenta la dissoluzione della sua ‘articità’. L’arte rimane tale solo se lasciata sussistere nel mistero degli infiniti segmenti di senso che essa reca in sé, e approcciarvisi nei termini della comprensione è in ogni caso una vera e propria mutilazione, in quanto, sebbene sia vero che in essa possano ritrovarsi elementi semanticamente comprensibili, un’opera d’arte  è qualcosa che va molto al di là del significato che ciascuno di noi può attribuirgli. Anzi, sono disposto addirittura ad ammettere che il miglior approccio ad un’opera d’arte che si possa desiderare, sia quello di porvisi davanti e non capirci nulla.

Il procedimento da compiere, allora, è quello inverso: non bisogna possedere l’opera d’arte, ovvero non bisogna credere di cogliere qualcosa del suo significato, come se la possibilità di poterla capire possa essere tradotta con la possibilità di possederla razionalmente. Bisogna piuttosto lasciarsi andare e, al contrario, lasciare che sia l’opera a impossessarsi di noi. Certo, nell’opera d’arte c’è qualcosa che ha a che fare col sapere, con ciò che io posso distinguere e capire; ma, quello che realmente spezza il fiato, è la dialettica di tutta la dose di sapere, che il quadro esplicitamente mostra, con il non comprensibile, che essa cela: ovvero il mistero cui ci pone innanzi, la sua inafferrabilità, l’impossibilità di poterla fissare in maniera definitiva.

Quello che l’arte ci chiede di fare è di vivere in prima persona questo mistero. Per capire di cosa sto parlando, basti pensare all’esempio della musica. Certo, è ovvio: se io sono un musicista, e sono in grado, durante un ascolto, di distinguere un accordo maggiore da uno minore, un accordo di settima da uno di nona, e so darmi la spiegazione per cui in un determinato luogo musicale ci sia un accordo piuttosto che un altro, sono senz’altro in grado di apprezzare nel dettaglio sfaccettature e particolari che per un ‘profano’ sono incomprensibili; posso senz’altro godere a pieno del brano nella sua interezza.

Ma, senza ombra di dubbio, “l’artisticità” (qualunque cosa l’arte sia) della musica non risiede nella consapevolezza che la tensione generata da un intervallo di tritono debba necessariamente risolversi sulla terza o sulla sesta. Piuttosto, quello che nella musica ci fa emozionare, è qualcosa di ineffabile, inspiegabile e misterioso, certamente non appartenente al dominio del sapere. La teoria sull’arte, non è arte. Il piacere legato alla riflessione su un concetto, è un piacere intellettuale che ha a che fare con l’arte solo in senso lato, ed è qualcosa di differente dal sentimento artistico.

Se, dunque, ci si ferma al piacere legato al concetto, come ad esempio quello dell’autodistruzione insita nel comportamento umano, questa non è arte; al più si potrebbe arrivare ad ammettere che se io vivo sulla mia pelle il sentimento di questa autodistruzione, saltando la fase della sua concettualizzazione, allora essa è realmente arte (in questo caso il tiro verrebbe spostato leggermente, ma rimarremmo comunque coerenti).

Quello che intendo dire, per concludere, è che l’arte, da sempre, ha uno scarto in più rispetto a qualsiasi tipo di scienza, teoria o impalcatura concettuale, proprio perché il ‘sapere umano’ (specialmente quello sull’arte), di fronte ad essa, viene messo a nudo e in ridicolo: per quanto un’opera d’arte possa essere tecnicamente ben eseguita, razionalmente interpretabile, per quanto possa permetterci di riflettere, essa possiede la capacità di dissolvere e decostruire qualsiasi genere di razionalità, mettendoci davanti ad una dialettica di sapere e non sapere che, infine, deve sempre e comunque rimanere una tensione e una contraddizione irrisolta.

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