Assalto alla Fortezza Europa

Salvini DI Maio
by Leonardo Cinotti

Era il lontano Gennaio del 1943, quando Churchill, Roosevelt e Stalin, nella città marocchina di Casablanca, progettarono e dettero il via a quello che poi sarebbe stato per sempre ricordato come “l’assalto alla fortezza Europa”: una strategia militare per liberarla definitivamente ed una volta per tutte dalla morsa del nazi-fascismo. E fu effettivamente un’ottima strategia militare. Coordinata, studiata e lucidamente portata a termine dalle truppe alleate.

Di lì a pochi mesi infatti l’Europa venne liberata.

Perché ne parlo? Semplicissimo. Ho cercato negli ultimi tempi di capire anche io quello che stesse accadendo (politicamente parlando), e devo ammettere che non mi è risultato semplice.

Stare appresso a tutti questi colpi di scena e, soprattutto, riuscire a leggere dietro le righe le informazioni realmente importanti richiede uno sforzo e una applicazione non indifferenti.

Mi spiego meglio: quello a cui stiamo assistendo non è altro che un piccolo antipasto di un nuovo e imminente assalto alla fortezza Europa.

Sì, chiaramente sarà un assalto diverso da quello del 1943: non avverrà con sbarchi, attacchi o occupazioni militari. Non ci saranno battaglie (fortunatamente), ma sarà un “assalto” politico e culturale, che finirà per imporre una nuova concezione di Europa.

C’è poi un’ulteriore differenza che non è da sottovalutare tra il 1943 ed oggi, ossia i nomi: all’epoca i registi dell’assalto, come abbiamo detto prima, furono Churchill, Roosevelt e Stalin. Oggi l’assaltatore si chiama Matteo Salvini.

Lungi da me paragonare, quanto ad importanza storica (assolutamente priva di giudizi) i tre del 1943 con un sempliciotto (seppur acuto) leghista milanese.

Eppure, sarebbe sbagliato e controproducente non riconoscere l’onore delle armi a quello che a tutti gli effetti è l’uomo politico dell’anno, l’unico che esce assolutamente pulito e rafforzato da una situazione di stallo ed incertezza che non si vedevano appunto dalla fine della seconda guerra mondiale.

Non c’è che dire: è stato impeccabile. Ha creato un capolavoro politico.

Forse, ricostruendo i passaggi, tutto risulterà più evidente.

La lega è stato il primo partito della coalizione di centro-destra, che per un soffio non ha raggiunto la maggioranza.

La coalizione lo ha dunque (giustamente) indicato come premier. Ma lui, neanche troppo velatamente, non ha voluto nessun preincarico o mandato esplorativo per cercare i voti mancanti direttamente in parlamento e lo ha fatto con un unico intento: non bruciarsi.

Ha sfruttato fino in fondo lo stupido veto dei 5 Stelle su Berlusconi, per poi convincer lui stesso il cavaliere che sarebbe stato molto meglio (e ora vedremo perché) staccarsi momentaneamente.

Salvini Berlusconi

Ha letteralmente preso in giro Di Maio e tutto il Movimento 5 Stelle (che in tutto ciò si è rivelato per quello che realmente è: il nulla cosmico): ha fatto la scenetta del contratto per il “governo del cambiamento” e ha finto di andare d’amore e d’accordo con i nuovissimi alleati pentastellati per spolparli piano piano risucchiando loro voti ed energie.

E alla fine ha posto una condizione non solo ai 5 stelle, ma soprattutto al Presidente della Repubblica, sapendo benissimo che avrebbe portato al naufragio completo di ogni tentativo di far nascere questo fantomatico governo giallo-verde: il nome di un economista con chiare tendenze euroscettiche per il ministero dell’economia. Profondamente consapevole che Mattarella non avrebbe mai accettato. E cosi è stato.

Ha quindi trovato la scusa per far saltare il contratto con Di Maio, che, ormai disperato, ha cercato e cerca ancora invano di trovare una soluzione.

Insomma, un capolavoro politico architettato ad arte per tornare a votare il prima possibile (ma non a luglio) con la certezza di poter non vincere, ma stravincere, dopo essere diventato grazie al suo piano il rappresentante unico e incontrastato del popolo contro i poteri forti.

L’uomo forte contro i poteri forti.

E non è un caso che ci sia voluto tutto questo tempo. L’obbiettivo ultimo e finale, e qui mi ricollego all’assalto del 43 non è l’Italia: è l’Europa intera.

Tra meno di un anno si voterà infatti per rinnovare il Parlamento Europeo, e di conseguenza la Commissione.

Il suo scopo è uno: fare cappotto in Italia per fare cappotto in Europa. Vuole diventare l’uomo dei populismi europei. Arrivare in Italia dove nessun altro nel resto d’Europa era mai arrivato.

Va detto poi che ad affrontare questo “progetto” non sarà solo, dal momento che si è già mosso da tempo per trovare dei degni alleati in ogni singolo paese dell’Unione (e non solo) che lo aiutino in questa impresa (vedi Le Pen, Orban, Putin).

Ambisce, insomma, a diventare l’uomo del populismo europeo. Il leader politico di una nuova (e forse diversa da come la conosciamo noi) Europa.

Politica Estera

Chissà, forse è solo pura fantasia. Magari non c’è nulla di reale o realistico in questa ricostruzione dei fatti. Ma è un’ipotesi che non si può non prendere in considerazione. Cambierà il paradigma? O meglio, sta già cambiando? Chi lo sa.

Nel frattempo però passano i mesi, aumenta l’instabilità e l’insicurezza su quello che avverrà domani. Solo una cosa è certa: chi paga siamo noi. Come sempre.

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