Before the Flood

Before The Flood

La necessità di cambiare

by Alessandro Nicolai

12 Dicembre 2015, Parigi. Gli abitanti di tutto il mondo accolgono con entusiasmo la notizia dell’avvenuta conclusione del primo accordo su larga scala riguardo il clima. L’accordo definisce gli obiettivi da raggiungere nel breve e nel medio periodo per salvaguardare il nostro pianeta “before the flood” (per citare l’omonimo documentario realizzato dalla National Geographic con protagonista l’ambasciatore Onu di pace contro i cambiamenti climatici Leonardo di Caprio). Il piano traccia una linea d’azione per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. La direzione sembra quella giusta: un accordo su base internazionale che coinvolge anche le nazioni più grandi notoriamente avverse alla sottoscrizione di risoluzioni vincolanti circa la sostenibilità climatica (vedi per esempio il protocollo di Kyoto e la mancata adesione degli Stati Uniti, cui fa da contraltare il favore manifestato dall’amministrazione Obama palesato in occasione della conclusione dell’accordo di Parigi).

Ma la soddisfazione iniziale è stata intaccata dapprima dai rivolgimenti politici internazionali (prendiamo sempre gli Stati Uniti come esempio e la netta inversione di tendenza inaugurata dall’arrivo di Donald Trump e consorte alla Casa Bianca) ed in secondo luogo dai nuovi scenari prospettati dalla comunità scientifica internazionale.

Clima oltre gli 1.5 gradi se non si agisce subito: di per se’ potrebbe sembrare un mero dato numerico, ma questa risultanza quanto mai vicina prospettata per il 2030 comporterebbe “aumenti delle temperature medie nella maggior parte delle terre emerse e degli oceani, degli estremi di caldo nella maggior parte delle regioni disabitate, delle forti precipitazioni in diverse regioni, della probabilità di siccità e carenza di precipitazioni in alcune regioni; al 2100 l’innalzamento medio globale del mare è previsto essere di 0,1 metri più basso col riscaldamento a +1,5 gradi rispetto a quello a +2 gradi; mantenere il riscaldamento al livello più basso previsto dall’accordo di Parigi eviterà l’acidificazione degli oceani e la riduzione dell’ossigenazione; sugli impatti sulla biodiversità e gli ecosistemi, comprese perdite di specie ed estinzioni, si prevede che saranno più bassi a 1,5 gradi di riscaldamento che a 2 gradi; i rischi legati al clima per salute, mezzi di sostentamento, sicurezza del cibo, fornite d’acqua, sicurezza umana e crescita economica si prevede che aumenteranno con un riscaldamento a +1,5 gradi e saliranno ulteriormente a +2 gradi”, secondo il rapporto ONU-IPCC (il gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico, foro scientifico principale di riferimento), redatto a Incheon in Corea.

Emerge pertanto chiaramente la ferma necessità di rispettare i paletti più ferrei introdotti dall’Accordo di Parigi per evitare di incappare in conseguenze irreversibili. Quattro sono i percorsi individuati da solcare mentre le modalità che vengono suggerite per il conseguimento del suddetto obiettivo sono due: taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e rimozione della CO2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio). Le proposte si differenziano per il grado di specificazione e per la mobilitazione che comportano. La prima via è la più sostenibile: induce al risparmio energetico e alla riforestazione. La seconda coinvolge l’organizzazione dei singoli settori produttivi. La terza ipotesi è meno incisiva e importa una rimeditazione dei meccanismi produttivi odierni che andrebbero reinterpretati alla luce di una lente maggiormente “green”. La quarta prevede invece risulta la meno rivoluzionaria e attinge ancora dall’approvigionamento energetico sulla base di fonti fossili, sostenibile grazie all’impiego della nuova tecnologia dello stoccaggio del carbonio, ossia un meccanismo di confinamento geologico delle emissioni di anidride carbonica, ma che è ancora arenato ad una stasi sperimentale.

Insomma, il quadro è piuttosto chiaro ed allarmante: è il momento di agire congiuntamente e di condannare apertamente le posizioni follemente negazioniste di tutto ciò. Non basta dimostrarsi propensi ad accogliere le istanze ma bisogna prodigarsi affinché anche i più oltranzisti restii si pieghino a riconoscere l’evidenza. Altrimenti? The flood.

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