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Drone

Evoluzione dei servizi di delivery, approda un nuovo mezzo: il drone

by Davide Schinella

Tempo fa parlammo di Deliveroo, Glovo, Just Eat e di Gig Economy in generale, analizzandone le numerose problematiche.
E da poco, tra l’altro, a Roma è arrivato un ulteriore concorrente, UberEats, pronta ad operare sulla stessa lunghezza d’onda.

Eppure in futuro queste problematiche potrebbero non interessare più: non ci sarà nessun problema di turni, nessun problema di pagamenti, nessun contratto.
Come è possibile? Facile, basterebbe far consegnare il tutto ad un drone.

E la novità è che il condizionale non è più la forma verbale giusta da utilizzare, visto che in alcuni Paesi quella che poteva sembrare qualche anno fa un’assurda fantasticheria è già realtà, sebbene (fortunatamente, aggiungeremmo noi) quel robottino alato non sia ancora riuscito a sostituire l’uomo.

Ma dove, allora, potremmo già farci recapitare la pizza a domicilio, o quasi, da un simpatico drone?
In Cina, per esempio: Ele.me, nota piattaforma online di consegna a domicilio, utilizza i droni per consegnare gli ordini nello Shanghai Jinshan Industrial Park, in un’area di circa 58 chilometri quadrati.
Il drone parte dal ristorante e può seguire 17 rotte differenti per arrivare in due punti di atterraggio predefiniti, dove il personale addetto alla consegna distribuisce i pasti trasportati dal drone ai differenti indirizzi dei clienti.
Una sinergia, dunque, tra uomo e tecnologia, che convince, dal momento che Ele.me ha assicurato di poter in questo modo abbassare i costi operativi rispetto alla consegna su strada, incrementando allo stesso tempo il reddito degli addetti alla consegna.

Simile è il meccanismo di Aha, il maggior sito di e-commerce islandese, attraverso il quale i droni riescono a servire circa la metà della popolazione di Reykjavik. Aha ha infatti ottenuto di poter far volare i suoi droni su 13 rotte intorno alla capitale, essenzialmente per ovviare al problema dei lunghi tragitti che dovrebbero percorrere gli addetti alla consegna per aggirare il piccolo (ma scomodo in tal senso) fiordo sul quale sorge Reykjavik.
Così il drone parte dal ristorante, attraversa l’insenatura e lascia il pacco al di là della stessa, dove l’addetto alla consegna provvederà a recapitarlo all’indirizzo del cliente.

I vantaggi sono innegabili ed evidenti: minori tempi di consegna (in Islanda ad esempio il tragitto del drone dura mediamente 4 minuti, a fronte dei 25 minuti che impiegherebbe un automobile per aggirare l’insenatura); minor consumo di carburante e cibo più caldo, o più fresco, a seconda dei casi.
Un opzione, dunque, “green”, economica, ed efficiente.

Al momento, come anticipato, siamo in una fase primordiale del progetto, soprattutto per la ancora nebulosa normativa sui droni, che rende difficile la diffusione del servizio a macchia d’olio. La normativa, infatti, tende a variare di paese in paese, in attesa di regole comunitarie che armonizzino la materia.
Regole che sembravano esser giunte al vaglio del Parlamento Europeo nel 2017, ma che sono ormai incagliate tra le lungaggini dell’euroburocrazia.
Ed è proprio a causa dei vincoli esistenti sui droni (il più importante, in merito, il divieto di volo sui centri abitati) che ad oggi sembra difficile ipotizzare una diffusione capillare del drone-fattorino, almeno sul breve periodo.
Anche dove questo è già operativo, infatti, come visto, si limita ad operare in sinergia con l’uomo e non riesce a sostituirlo.

Volgendo però lo sguardo un po’ più in là, la prospettiva di un esercito di droni pronti a consegnare cibo, e non solo, in tempo record ed idonei a svolgere molte altre funzioni, non è così fantascientifica come poteva sembrare qualche anno fa.

Per quanto ci riguarda è fuor di dubbio che per chi, come noi, è da sempre convinto della necessità di procedere verso un mondo il più possibile ecologico, l’idea di un apparecchio elettrico al 100% che sostituisca il lavoro ad oggi svolto da un motorino o da un auto fortemente inquinanti, è senz’altro da accogliere.
Dall’altro lato però, siamo altrettanto convinti della necessaria centralità del compito svolto dall’uomo.

Dunque, pur approvando l’idea di una cooperazione uomo-robot per risolvere problemi pratici, come nel caso islandese visto sopra, ci sembra opportuno evitare di spingersi oltre, senza quindi arrivare a sostituire la macchina all’uomo, affinchè la prima possa essere sempre un’opportunità e mai una minaccia per il secondo.

D’altronde, in una prospettiva ecologica, anche se leggermente meno efficiente riguardo i tempi di consegna, non sarebbe più semplice, e più garantista per l’uomo lavoratore, investire maggiormente su veicoli elettrici?
O dovremmo davvero rassegnarci ad un futuro di pizze volanti?

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