Facebook ergo sum

Social Network

Quanto sono essenziali i social al giorno d’oggi?

by Ludovico Proto

Ormai i social non sono più una novità, ma costituiscono una parte essenziale della nostra quotidianità: quando siamo in fila, il gesto più naturale è sfilare il telefono dalla tasca per scrollare le bacheche dei nostri profili alla ricerca di qualche novità; anche in momenti più “intimi”, come quando siamo in bagno, i social sembrano quasi la soluzione naturale per “passare il tempo”; e chi, d’altronde, steso nel letto prima di andare a dormire, non dà un’ultima sbirciata ai social.

Sono penetrati così a fondo e hanno piantato le loro radici nella nostra società che quasi non riusciamo a immaginare come poteva essere la vita prima dell’avvento di queste piattaforme. Sono le porte d’accesso di una gigantesca “agorà” virtuale, un luogo di ritrovo dove le persone hanno la possibilità di scambiarsi opinioni, discutere su determinati argomenti, costruire rapporti interpersonali o più semplicemente farsi un giro nella vita dei loro conoscenti. “La vita” che quegli utenti vogliono sfoggiare, che nel 99% dei casi non corrisponde alla vita reale: mostriamo cose che non abbiamo, momenti che non viviamo pienamente e, quindi, persone che non siamo, come se i social ci avessero dato una seconda chance, di partire da zero nel costruire l’identità dei nostri sogni.

Non si tratta solo di vita pubblicare fotografie per paventare un certo “stile di vita”: per esempio, andando a leggere i commenti sotto un determinato post, si potrà trovare un utente che si esprime in modo violento magari cercando di prevaricare sugli altri, quando magari in una discussione dal vivo non sarebbe in grado di proferire parola. Inevitabilmente, questa percezione che abbiamo dei nostri profili social incide su aspetti ben più gravi della semplice “identità” alternativa: nel momento in cui si conosce una persona, la prima cosa che viene spontanea, nella convinzione di poter ottenere più informazioni, è di ricercarla sui social.

Addirittura, il numero dei likes (e questa tendenza è propria soprattutto ai millenials) può determinare la tua popolarità: due persone perfettamente identiche nei modi di fare, nelle abitudini, eccetera, eccetera, possono essere considerate in modo differente sulla base della quantità di reazioni positive (in parole spicciole, chi ha pochi likes viene visto, magari anche solo a livello di subconscio, come una persona con pochi amici, o uno “sfigato”). Tutto ciò diventa quasi allarmante nel momento in cui, proprio sulla base di questo meccanismo sociologico, si può aprire un ristorante in cui sulla base del numero di followers, si possono ottenere delle pietanze gratuitamente.

Paradossalmente si è innescato il meccanismo per cui si deve prestare più attenzione alla nostra identità apparente, che a quella reale. Le conseguenze però, non finiscono qui, perché la cura dei social è diventata così determinante nella nostra vita che il non possedere un account, soprattutto per una persona giovane, fa dubitare della sua stessa esistenza. Sfido a trovare qualcuno che abbia chiesto ad una persona appena fidanzata di mostrare il suo partner e al suo “non ha né Facebook né Instagram” non sia stato sfiorato dal dubbio, anche solo per un millesimo di secondo, “forse questa persona non esiste”.

Io penso che, in maniera del tutto neutra, senza esprimere un giudizio né positivo né negativo riguardo questo meccanismo, bisognerebbe riflettere sul fatto che i social ormai costituiscono una vera e propria carta di identità, nel quale sono racchiuse le informazioni principali di una persona e il non possedere un profilo, al pari della mancanza di un valido documento identificativo per ogni Nazione, occulta la tua presenza nella società.

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