Il fallimento dell’eccellenza

Homo Homini Lupus

“Homo homini lupus”

by Alessandro Nicolai

Il naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo è forse il sentimento più comune alla nostra specie, ed in generale al mondo animale. Se volgiamo lo sguardo al passato, possiamo accorgerci di come per assurdo persino il suicidio può essere visto, secondo la dottrina  duecentesca eretica dei Catari, come un’indiretta glorificazione dell’esistenza: negazione di uno stato presente insoddisfacente, che cela l’aspirazione ad una dimensione diversa. Tralasciando le minuzie teoriche, che gravitano intorno al desiderio di vita e che potrebbero portare alla deriva la nave del nostro discorso, possiamo convenire che il burattinaio delle nostre azioni è rappresentato principalmente dalla ferma volontà di sopravvivere. L’uomo è portato connaturatamente a trascendere la propria realtà caduca e a cercare di proiettarsi nel futuro: Achille sceglie l’immortalità; i Faraoni ordinano la costruzione di mausolei imponenti, le piramidi, per lasciare memoria di se’. Questo sentimento si manifesta non solo in gesti eclatanti, come quelli documentati, ma si avverte soprattutto nella più mediocre delle quotidianità. Il nostro presente è orientato all’egoistica affermazione della nostra persona. L’amore per il prossimo è sempre più spesso uno slogan svuotato di significato, residuo di una morale cattolica, ormai più lettera morta che principio informatore.  Con quest’affermazione, non voglio di certo oscurare gli esempi di filantropia che costellano fortunatamente il nostro presente. Desidero piuttosto sottolineare come in realtà gli indici di altruismo genuino registrano risultati scarsi, specialmente se paragonati con le straripanti manifestazioni di ipocrita solidarietà, che convergono subdolamente verso un indiretto interesse personale: spesso si agisce più per conformismo e paura che per amore. Come un gregge di pecore, spesso operiamo per omologarsi ad uno standard comportamentale onde evitare le critiche dell’opinione pubblica: il timore delle conseguenze del nostro operato ci impone scelte più dettate da una logica di convenienza che da un’effettivo amore incondizionato per i nostri simili. E non a caso, il premio oscar Paolo Sorrentino, nel suo ultimo sforzo cinematografico, descrive l’altruismo come la più gretta forma di egoismo.

Giunti all’assunto che fondamentalmente siamo tutti un po’ egoisti, dobbiamo capire come questo profilo si rapporta con la quotidianità. Successivamente dobbiamo studiare come la nostra società si relaziona con l’egoismo e infine, dobbiamo vedere le implicazioni che conseguono alla qualificazione di questo fenomeno che la società stessa realizza.

Procediamo con ordine. Egoismo è sinonimo di affermazione. L’uomo pertanto da buon animale sociale trova la più pronta sublimazione di questo sua “umanità” nell’ascesa sociale: la ricerca alla posizione di rilievo è spesso il mandante che ci impone delle scelte di vita. In un presente che, ad eccezione di labili petizioni di principio, ci costringe entro una logica di materialismo, ove il despota di denaro la fa da padrone, ci vediamo spesso costretti a mostrare il nostro lato più spietato e senza scrupoli per cercare di non rimanere indietro rispetto alla marcia incondizionata della nostra “democratica società” verso una meta indefinita. Spaventati e disorientati, ci difendiamo come possiamo. Da un lato, questa profonda competizione che caratterizza il nostro presente può risultare stimolante ed invogliarci all’impegno, ma, dall’altro, il rischio è di tramutarci in una sorta di sistema immunitario che aggredisce incondizionatamente tutto ciò che è diverso.

Queste tendenze, come appena emerso, se per certi versi possono essere riferibili aprioristicamente alla natura umana, per altri sono figlie della filosofia contemporanea. Come ogni fenomeno, anche questo, per essere valutato, necessita di un’analisi alla luce del contesto. E veniamo quindi al secondo punto del nostro discorso: come si rapporta il collettivo umano con questa “necessità di arrivare”? Da diversi anni ormai l’appello all’ “eccellenza” è all’ordine del giorno E’ sempre più diffusa la tendenza ad individuare nell’eminenza il riconoscimento della dignità alle attività umane, come modello di riferimento per lavoro, istruzione ecc.. L’eccellenza diviene il discrimine per discernere coloro che debbono essere i predestinati al paradiso da coloro che invece sembrano condannati all’inferno del dietro le quinte. Quest’ultimi della fila vengono dipinti come degli inetti, zavorre per il progresso, che devono additare il proprio fallimento a nient’altro che a loro stessi. Ne deriva una società che si regge su un piccolo circolo di illuminati che si contrappongono ad una massa incolore, caratterizzata da mediocrità e indegnità.

Ne consegue un modello collettivo fallimentare ove, e così veniamo al terzo punto, un piccolo nucleo di eccellenti saranno l’esempio per una massa. Solo pochi di essi riusciranno ad inserirsi in quella casta, mentre la maggior parte naufragherà nel perseguimento di quell’illusorio obiettivo rappresentato dalla realizzazione. E’ il trionfo della logica “mors tua vita mea”, in quanto solo il fallimento altrui ci condurrà al nostro personale nirvana. E’ un tuffo nel passato, ed in particolare nello stato di natura: il commediografo latino Plauto nella sua Asinaria scriveva “lupus est homo homini, non homo”, alludendo all’egoismo umano.

“Homo sum”

Il dannoso fraintendimento che sostiene questa costruzione è registrabile ad almeno due livelli, uno teorico e l’altro più pragmatico. In primo luogo, l’edificazione di una società sulla base della contrapposizione stride con la fratellanza che unisce in senso lato il genere umano e, più specificatamente, con il senso di appartenenza ai singoli gruppi sociali, definibili su scala geografica, ove ci identifichiamo maggiormente. Nella misura in cui cerchiamo di emergere, necessariamente ci scontriamo con i nostri concittadini, in quanto è più probabile per una questione spazio temporale che il nostro avversario sia qualcuno di molto simile a noi. A livello pragmatico poi, una società che si regge su solo pochi elementi non risulterà adatta per lo sviluppo e per il benessere comune, in quanto difficilmente il traino dei pochi sarà così potente da trascinare il peso dei molti.

Dunque, la medicina per questa patologia è concentrare la nostra riflessione ed i nostri sforzi verso la realizzazione di tutti. E ciò può accadere solo ove si coltiva non l’eccellenza ma la capacità di fare bene, in quanto solo quest’ultima non è prerogativa di una piccola cerchia ma ben si presta ad essere massimo comun divisore. Il modello che tende a riconoscere dignità ad ogni lavoro a prescindere da gesti extra ordinem è l’unico vincente. Bisogna guardare al nostro vicino non come ad un nemico ma come ad un possibile aiuto. Più che alle commedie che parlano di uomini cacciatori, dobbiamo fare riferimento a quelle che auspicano la fratellanza e la solidarietà: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” scriveva un altro autore latino Terenzio per sottolineare come tutto ciò che riguarda i nostri simili non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti sulla stessa barca.

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