Internet novecento anni fa

Averroè

Piccolo viaggio nella filosofia araba

by Fabrizio Mollicone

Negli anni Sessanta Joseph C. R. Licklider e Welden E. Clark teorizzavano, per quella che in molti credono fosse la prima volta, il concetto di una rete globale accessibile a chiunque che potesse offrire una vasta serie di contenuti informativi. Tale invenzione sarebbe stata destinata a rivoluzionare per sempre il mondo della comunicazione e a dare una sterzata decisiva sulla strada del progresso dell’umanità: come avrete capito, sto parlando di internet.

Ciò che fa sorridere è che, in realtà, una simile idea era stata pensata già otto secoli prima, ma in un contesto del tutto diverso: essa era stata concepita come un meccanismo insito nella natura e nel modo in cui l’essere umano la conosce. Infatti, basta un piccolo salto nella storia della filosofia per scoprire che nel Dodicesimo secolo, nel principato di Cordova, Averroè, una delle figure di spicco della filosofia araba, ripensava in questi termini il rapporto tra intelletto agente ed intelletto potenziale.

Il discorso è semplice: uno dei grandi problemi della filosofia è cercare di spiegare come sia possibile che l’essere umano possa pensare e conoscere gli oggetti che incontra nella natura. Da qui discendono una lunga serie di questioni: gli oggetti che pensiamo e quelli che esistono fuori di noi, sono gli stessi oggetti? E ancora: quando due diversi individui pensano un gatto, stanno realmente pensando la stessa cosa? Ora, ognuno di noi è consapevole che tutto ciò che riguarda la propria sfera sensoriale è qualcosa di soggettivo, individuale e irripetibile; come è possibile quindi che, a partire da queste sensazioni, si possa costruire una conoscenza oggettiva? E come può la mia conoscenza su un oggetto, quindi, corrispondere alla conoscenza dello stesso oggetto di un’altra persona?

La risposta di Averroè è la seguente: ciascun individuo funziona come un terminale informatico dal quale è possibile scaricare dati e informazioni che sono presenti in quello che potremmo definire un vero e proprio intelletto universale (una sorta di rete globale, appunto). In parole povere, per garantire l’universalità del conoscibile, Averroè, inventa per la prima volta il concetto di internet: esiste un solo ed unico intelletto, al quale ognuno di noi, con le proprie immagini sensibili (che Averroè chiama Fantasmi), si collega e che ci permette di accedere alla conoscenza, che di certo, ora, non può che essere universale (in quanto l’intelletto conoscente è unico per tutti). In senso pratico, ciò che accade è questo: poniamo che io stia camminando per strada e che incontri un cane:

  1. I miei sensi recepiscono l’immagine di questo cane;
  2. attraverso l’immagine sensibile (che è sempre individuale) ciascuno si collega all’intelletto agente (qualcosa di universale posto al di fuori dell’individuo), il quale ha il compito di spogliare l’immagine sensibile dai suoi accidenti (il colore del pelo, degli occhi, tutti i vari segni particolari ecc.), fino a che a me non rimane altro che il “concetto di cane” in senso generalissimo (quadrupede che abbaia con pelo ecc);
  3. L’intelletto potenziale (che Averroè per primo pone come universale ed esterno all’individuo), permette che questo concetto di cane possa imprimersi in noi; in altre parole permette che noi possiamo scaricare da “internet” l’informazione che quello che abbiamo davanti corrisponde al concetto di cane. Un vero e proprio download.

In conclusione, per Averroè, ciascun individuo non pensa con la propria testa, ma pensa mediante un intelletto che è posto fuori di lui, e a cui tutti gli altri individui ugualmente possono collegarsi. Come se tutti noi non fossimo altro che l’apparato sensibile di un unico intelletto; come se fossimo tanti computer che pensano grazie alla rete globale che li connette tutti tra loro. Per quanto una simile impalcatura sia, per i nostri occhi occidentali, bizzarra e contro-intuitiva, essa, in linea teorica, è una possibile soluzione al problema filosofico dell’universalità delle conoscenze, e della loro comunicabilità.

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