Jackie Robinson

Jackie Robinson

“Dammi un numero, ti darò il coraggio”

by Luca Ruscitti
Ci sono uomini che sono destinati a scrivere la storia, a rivoluzionare il mondo con le loro gesta. Jackie era uno di questi.

Non mi dilungherò a raccontare infanzia e giovinezza, piuttosto cercherò di farvi capire l’importanza del protagonista (Cairo, 31 gennaio 1919 – Stamford, 24 ottobre 1972).
Cominciamo la nostra storia dal 1944: Jackie si era arruolato nell’esercito per guadagnare qualche soldo ed era riuscito a diventare sottotenente. Nello stesso anno però fu costretto al congedo poiché si era rifiutato di sedersi in fondo ad un autobus, in quanto nero, nonostante nell’esercito non ci fosse la separazione razziale.
Nel  1945 Robinson andò a giocare per i Kansas City Monarchs, che militavano nella Negro League (i campionati riservati agli afroamericani) per un compenso di circa 400 dollari al mese. Bisogna sottolineare che il baseball, più di ogni altro sport americano, era considerato”White only”.
Ma a questo punto entro’ in scena un altro personaggio fondamentale : Rickey Branch , proprietario dei Brooklyn Dodgers,il quale affermò: “Il baseball è bianco. Gli spettatori sono neri. I soldi sono verdi”.
Rickey decise che era arrivato il momento di assoldare il primo giocatore nero nella storia della Major League, il campionato di riferimento in America. E ciò avvenne il 28 agosto 1945 , dopo una riunione di tre ore. Famoso fu il botta e risposta tra il giocatore e il presidente : «Stai forse cercando un giocatore nero che ha paura di reagire?». «No» risponde Branch «Sto cercando un giocatore nero con abbastanza coraggio da non reagire». «Dammi un numero, ti darò il coraggio». Il contratto prevedeva uno stipendio di 600 dollari al mese.
Robinson dimostrò subito di essere un grandissimo giocatore (nella prima assoluta, il 15 aprile del 47, mise a segno tre singoli e due home run), ma destinato ad essere soggetto ad episodi di razzismo (la squadra dei Brooklyn firmò una petizione per cacciarlo, non appena seppero del suo arruolamento). L’odio bianco però non si fermò solo sul campo da gioco: Robinson, e con lui tutta la squadra, sarà soggetto a continui sabotaggi, a notti passate sul pullman poiché gli hotel non volevano un uomo di colore, a voli saltati all’ultimo, a scritte inneggianti l’odio sul muro di casa, a lettere contenenti minacce di morte (si dice che ne abbia ricevute centinaia e centinaia; inoltre anche i compagni bianchi furono minacciati ed intimati a lasciare la squadra).
Per Jackie il razzismo fu sempre il primo antagonista, il nemico che lo perseguitava da una vita. Lui era l’unico nero in un mare di bianchi. Il diverso da odiare e deridere. E lui, pur resosi conto di ciò, costrinse la gente ad amarlo, ad inneggiarlo, a tesserne le lodi. I ragazzini bianchi che si avvicinavano al baseball cercavano di imitare le sue mosse, il suo stile di gioco.
Robinson fu un grido di rivoluzione, una speranza per la gente di colore e per coloro che sognavano l’integrazione razziale. Nel 1972 il numero 42, il suo storico numero di maglia, fu ritirato da tutte le squadre della Major League, e, ancora oggi, tutti i giocatori il 15 aprile (giorno del suo esordio) indossano la maglia numero 42. L’anno dopo il suo esordio altri 5 giocatori neri furono introdotti nella lega: ormai la rivoluzione si stava compiendo.
Vorrei ricordare due persone fondamentali nella vita di Jackie : la moglie Rachel e il giornalista  Wendell Smith, il quale fu l’ombra di Robinson che e raccontò per filo e per segno le vicende della vita dell’atleta.
In ultimo vorrei consigliare la visione del film “42” diretto da Brian Helgeland (con Chadwick Bosenman nel ruolo di Robinson e Harrison Ford in quello di Rickey), che riporta abbastanza fedelmente le vicende della vita di questo campione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *