La mia (brevissima) vita a San Patrignano

Un’esperienza che vale la pena

by Camillo Barone

Avere a che fare con la tossicodipendenza non è questione quotidiana, per tutti. Non per scelta, ma semplicemente perché non a tutti capita di viverla in prima persona o indirettamente attraverso l’esperienza di un parente vicino o di un amico. Per quanto mi riguarda, la tossicodipendenza è sempre stata per me un’interessante e intensa auto-biografia di un attivista, di un cantante che si era perso nel proprio successo o di una testimonianza di sensibilizzazione ascoltata una tantum fra i banchi di scuola. Grazie ad un progetto universitario di partnership di volontariato tra la mia università (Luiss, Roma) e la Comunità di San Patrignano, stavolta posso affermare di sapere di cosa sto parlando circa la vita vissuta nella tossicodipendenza. È complicato tradurre in parole concetti ed esperienza di vita vissuta, specie quando il numero dei dettagli comincia a salire in modo esponenziale. Per questo è bene che spieghi bene prima cosa è San Patrignano, cosa significa la sua storia, il suo funzionamento e la sua metodologia, per poi passare al racconto nudo e crudo della mia intensa convivenza con un gruppo di 74 ragazzi in percorso per uscire dalla tossicodipendenza, facenti parte dell’enorme numero di circa 1300 ospiti in totale. Capire prima il contesto e la storia del luogo è necessario per trattare di umanità viva.

Ospitando poco più di 1300 uomini e donne di ogni età, San Patrignano è la comunità per tossicodipendenti più grande d’Europa, anche se altri parlano di lei come la più grande al mondo. Il nome è dovuto alla via in cui è nata, Via di San Patrignano, vicino un comune in provincia di Rimini chiamato Coriano. Col tempo San Patrignano è diventata talmente grande da diventare una vera e propria località, una frazione di Coriano segnata sulle mappe. Si tratta in tutto di ben 300 ettari di terreno, di cui 110 solo di vigne. Fu fondata nel 1978 grazie all’impegno di Vincenzo Muccioli ed altri volontari a lui vicini. Muccioli decise di vendere tutto ciò che possedeva, ovvero degli alberghi sulla riviera romagnola che già allora fruttavano profitto. Con il ricavato si trasferì nella sua piccola casa di campagna a Coriano col consenso della moglie Antonietta. Camminando per le strade di Rimini e delle cittadine limitrofe, Muccioli cominciò a recuperare dalla strada un gran numero di tossicodipendenti che vivevano nella più totale indigenza. Erano infatti gli anni neri dello scoppio dello spaccio di numerosi tipi di sostanze stupefacenti e della sconosciuta trasmissione dell’AIDS, che cominciava a falciare vite in tutto l’Occidente tramite trasmissione sessuale e per via ematica tramite lo scambio di siringhe infette. Scriverà Muccioli più tardi nelle sue memorie:

“San Patrignano è la risposta che ho voluto dare ad un problema sociale. Amando profondamente la vita e sentendomi parte della stessa società, non ho accettato di assistere passivamente al degrado e alla morte di una moltitudine di giovani senza domandarmi quali fossero le cause di questo fenomeno e senza cercare poi di fare qualcosa per arginarlo…Il tossicodipendente è un uomo solo. È un uomo che ha paura di vivere, non di morire, e lo si recupera cercando di stimolarlo alla razionalità, al senso di responsabilità, alla vita di relazione, insomma a tutto ciò che la droga aveva impedito di sviluppare. È insieme a questi ragazzi, che nessuno voleva più e che tutti considerano scarti sociali, che ho realizzato San Patrignano: una città a misura d’uomo, dove si vive la solidarietà e il rispetto.”

Cominciò tutto da quella semplice casa in campagna che Muccioli cominciò ad abitare con i suoi ragazzi, che poi grazie alle donazioni di molti benefattori, tra cui la famiglia Moratti che ancora oggi è la principale donatrice, si estese sempre di più con nuove case, capannoni, strutture e costruzioni di ogni genere. Non vigevano metodologie di cura prettamente scientifiche, ma di tipo relazionali. Attraverso la convivenza, il dialogo costante e soprattutto il lavoro quotidiano Muccioli intendeva salvare i ragazzi dalla piaga dalla tossicodipendenza, tenendoli il più possibile distratti e concentrati su tutt’altro tipo di attività, che negli anni sono cresciute in maniera quasi inimmaginabili fino a diventare vere e proprie produzioni industriali grazie al gran numero di ragazzi in percorso. Muccioli infatti possedeva anche due piccoli filari di vigna, dove impiegò i suoi ragazzi nella lavorazione dell’uva e del vino. Il lavoro come fonte di dignità e di salvezza sociale e di recupero per il tossico erano per lui due costanti da salvaguardare sempre e comunque. Ed è questo infatti ciò che ancora oggi caratterizza uno dei principali pilastri di questa grandissima comunità. A 40 anni dalla sua fondazione, trascorsi nel 2018, San Patrignano è diventata una vera e propria cittadina quasi interamente gestita da ragazzi in percorso di recupero dalla tossicodipendenza. Sebbene sia possibile trovare ogni giorno gruppi di scolaresche in gita scolastica, giovani degli oratori in trasferta e curiosi visitatori di ogni tipo, a San Patrignano è quasi impossibile trovare a cielo aperto medici, psicologi, psichiatri, assistenti sociali, operatori e volontari di ogni tipo. È paradossale ma la realtà è questa. Il percorso di recupero dura per tutti 4 anni, ma per alcuni può durare anche di più, a discrezione del singolo. Quando un ragazzo entra a San Patrignano viene subito inserito in uno tra i circa 25 “settori” di lavoro quotidiano, che sono guidati ed organizzati dai responsabili di settore, che sono comunque ex tossicodipendenti che hanno finito il percorso da anni e che hanno deciso di restare a San Patrignano per tutta la vita con le rispettive nuove famiglie. Esistono settori per soli uomini, per sole donne o per entrambi. Tra questi troviamo i settori della vigna e della cantina, del caseificio, del forno, della cucina, del mantenimento del verde, delle stalle di suini e bovini, delle coltivazioni, della regia per l’intrattenimento, del centro medico, delle scuderie, delle attività cinofile e moltissimi altri ancora. Ogni settore può variare per quanto riguarda il numero dei componenti, ma in quasi tutti uomini e donne non possono lavorare insieme. Il lavoro occupa la maggior parte del tempo della routine quotidiana, che è molto intensa per tutti i settori di lavoro. Generalmente la sveglia è per tutti tra le 6 e le 7, il pranzo tra le 12 e le 14 con due possibili turni e lo stesso vale per la cena tra le 19:30 e le 21. Dopo cena i ragazzi votano fra di loro per decidere se guardare nel PalaSanPa (un palazzetto molto grande con centinaia di posti a sedere e un maxishcermo) video musicali, il telegiornale e un film o se andare a dormire alle 22.

L’aspetto più interessante, che poi sarà analizzato anche in seguito con esempi di vita quotidiana raccontati dai ragazzi stessi con cui ho vissuto, riguarda certamente il modo di fare gruppo che i ragazzi stessi hanno, che poi in fondo è il succo della metodologia adottata da anni a SanPa. Come già detto, a meno che non si tratti di casi gravi che hanno bisogno di particolare supporto psicologico o ospedaliero (a SanPa c’è anche un grande ospedale per i degenti), gli unici presenti fra le strade della comunità sono i ragazzi in percorso stessi. Ogni settore infatti è organizzato in stanze composte da circa 12 persone. I ragazzi della stessa stanza devono muoversi quasi sempre insieme, mangiare insieme, dormire insieme e andare a lavorare nel settore insieme. Ciò che è più importante da ricordare però è che una delle regole non scritte di SanPa è quella del non stare mai da soli. Nessuno può camminare da solo a San Patrignano, nessuno può fare qualcosa in solitudine, a meno che non si tratti di qualcuno che sia molto avanti nel percorso e che quindi abbia ricevuto particolare fiducia dal proprio responsabile di settore. Infatti ogni stanza è suddivisa in piccoli gruppi fatti da 2 o 3 persone: appena si entra a San Patrignano si viene immediatamente assegnati ad un “seguitore”, che fino a che non si raggiunge una buona maturazione di percorso sarà la guida e il sostegno del “seguito” appena entrato nella comunità. Appena il seguito inciampa in incidenti di percorso inziali spesso dovuti alla durezza dei primi momenti, alla nostalgia di casa o semplicemente della vecchia vita da tossicodipendente, il seguitore ha il diritto-dovere di incoraggiarlo, correggerlo, raccontargli di continuo la propria esperienza in comunità e spronarlo continuamente a non fermarsi mai. I primi mesi infatti sono duri per tutti, non è semplice reggere i ritmi del lavoro distrattivo di San Patrignano, sia perché non si è abituati ad una vita così produttiva e così intensa se paragonata alla vita vissuta nella dipendenza, sia perché la prospettiva dei 4 anni di percorso spesso suscita preoccupazione per il futuro di chi è entrato da poco. La pressione del non restare mai da soli a tutti i costi diventa palese quasi fin da subito: è necessario chiedere il permesso per andare in bagno, staccare per poco tempo dal lavoro per riposarsi, andare a bere altrove un poco d’acqua, avvisare ad ogni minimo spostamento, insomma è molto difficile allontanarsi dal proprio seguitore e dai ragazzi della propria stanza. Ma questo metodo non può che essere anche la forza stessa di San Patrignano. Prima di tutto perché così facendo è letteralmente impossibile che qualcuno possa fare uso di droga in comunità, dato che si è costantemente monitorati da chi è in percorso con convinzione e tenacia ormai da 2 o 3 anni. Scatterebbe dunque un’immediata segnalazione al responsabile di stanza o di settore, che prenderebbero subito provvedimenti, ma va comunque detto che ciò non è mai successo. Poi, il non restare soli aiuta i ragazzi in percorso a non vivere i mesi difficili del recupero in solitudine, mettendo in atto quella che è la caratteristica principale dei ragazzi di SanPa, ovvero il parlare. Parlare diventa quasi obbligatorio col passare dei mesi, non perché viene imposto ma perché diventa necessario, perché tutti i percorsisti lo fanno. Ogni sera prima di andare a dormire la stanza fa un bilancio della giornata, in cui i nodi vengono al pettine, i litigi del giorno vengono chiariti, ci si chiede scusa a vicenda e si trovano spiegazioni plausibili a tutto ciò che è successo. Una volta ogni due settimane poi arriva la riunione di stanza, ideata da Muccioli stesso, che è una vera e propria analisi di gruppo in cui ciascun componente della stanza deve mettersi a nudo davanti agli altri, mostrare le proprie difficoltà persistenti nel sentirsi parte del gruppo. È allora che la sensazione di avere a che fare con una vera e propria famiglia diventa viva più che mai. Dopo i primi mesi di percorso infatti, il tossicodipendente comincia ad affidare ogni suo sentimento, emozione e sensazione ad un compagno di stanza o al suo seguitore stesso. I ragazzi diventano vicendevoli psicologi di loro stessi e la fiducia diventa sempre più incondizionata proprio perché è basata sul fatto che ciascuno di loro ha vissuto lo stesso inferno e la stessa sofferenza prima di entrare in comunità. È curioso infatti osservare come alla sera dopo cena nel loro tempo libero decine e decine di ragazzi si muovono a gruppetti di 2 o 3 per scambiarsi parole di incoraggiamento, di sostegno e di invito a non mollare la presa.

L’ossatura principale della comunità di San Patrignano proviene proprio da qui. La colonna portante che rende unica questa comunità risiede tutta nel fatto che l’uscire dalla tossicodipendenza non è altro che una piccola parentesi marginale del lungo percorso che dura 4 anni. La comunità serve a ritornare a dare il giusto valore ad ogni azione quotidiana, alle persone, alle cose, al lavoro. La comunità serve a tornare veri uomini e vere donne, a riacquistare i pensieri e le emozioni che la droga inevitabilmente anestetizza col suo consumo. A San Patrignano tutto si muove verso questa direzione: nulla è lasciato al caso, ma nulla è studiato, tutto infatti è frutto di esperienze pregresse. I ragazzi che prima di entrare in comunità vivevano vite solitarie e vuote di affettività, a San Patrignano imparano ad affidarsi quasi totalmente ai compagni di stanza e di settore, a raccontare senza alcuna vergogna tutte le bassezze del loro trascorso nella dipendenza. Si impara a non lasciare nulla del proprio piatto a pranzo e a cena, a darsi una regola nel mangiare e nel bere, nel vestirsi, nel lavarsi con precisione e regolarità, nel pulire con estrema attenzione almeno due volte al giorno le stanze e i bagni comunitari. Ma il bello arriva quando si riallacciano i rapporti con le proprie famiglie. I ragazzi, che non possono usare alcun tipo di cellulare o computer per i 4 anni di percorso, possono rivedere la propria famiglia per un giorno intero a SanPa dopo il primo anno di comunità, e poi dal primo anno ogni 4 mesi. Il cambiamento di vita radicale avviene proprio durante il primo incontro con i familiari, tanto desiderato e tanto atteso da tutti. L’attesa di un anno serve infatti a predisporre la testa e il cuore dei ragazzi all’incontro con i familiari che fino ad un anno prima erano le vittime principali delle loro dipendenze. In comunità ci si rende conto grazie al parlare con gli altri di quanto i genitori e i figli possano aver sofferto per tutto quello che è stato fatto per ottenere la droga. Famiglie sfasciate dall’avidità di denaro per comprare le dosi, figli trascurati, genitori considerati bancomat da derubare, in comunità diventano normalissimi familiari da amare, abbracciare e a cui chiedere perdono per ciò che si è compiuto quando le sostanze avevano la meglio sulle loro vite. Per questo è necessario arrivare pronti a quel momento, perché bisogna che non esistano più machere, doppiezze e falsità, che invece regnavano durante la dipendenza. E se tutto ciò non avviene di propria spontanea volontà, i responsabili di stanza e i seguitori devono accompagnare con rispetto il percorsista verso quella direzione, senza fare pat pat sulla spalla, senza assecondare e giustificare con complicità gli sbagli, ma solamente ricordando al tossicodipendente la verità del suo passato e della sua condizione di ex schiavo di una sostanza in cerca di libertà. Libertà che in comunità può soltanto arrivare se si è disponibili a riconoscere pubblicamente i propri errori e le proprie mancanze dovute all’uso incondizionato della droga. Questo avviene ogni giorno in comunità: si smette di cercare un scusa alle motivazioni che hanno portato alla droga e si comincia ad accusare se stessi per aver voluto cercare nella droga stessa il proprio rifugio, causando enormi problemi e sofferenze a chi era loro vicino.

Tutto questo l’ho capito dai ragazzi non perché mi è stato detto, ma perché l’ho scoperto convivendo a stretto contatto con loro per 11 giorni. Si può dire che ho fatto la vera e propria vita del tossicodipendente che entra in comunità, facendo tutto ciò che mi veniva detto di fare e rispettando tutte quelli che erano gli aspetti della vita comunitaria, ovvero le regole e le leggi non scritte di San Patrignano, che non vengono mai insegnate ma capite e scoperte col passare dei mesi in comunità. Tutti i giorni mi sono alzato alle 6 per fare colazione e per andare a lavorare nel settore della vigna e della cantina con i miei nuovi amici in percorso. Il primo giorno al mio arrivo pensavano tutti che si trattasse di un nuovo tossicodipendente arrivato in comunità per cominciare il percorso, ma in pochi minuti (proprio come in un vecchio paese di montagna) si era già diffusa la voce che ero uno studente universitario arrivato a SanPa esclusivamente per conoscere la realtà. Trascorrendo praticamente tutto il tempo di lavoro e ricreativo con i ragazzi, col passare dei giorni sono entrato in intimità con loro, che nonostante sapessero che io ero un esterno mi hanno fatto sentire subito parte del gruppo includendomi in tutti i loro discorsi, pensieri, preoccupazioni e racconti. Durante il lavoro in vigna, molti di loro hanno sentito l’impulso di raccontarmi tutto il loro passato della dipendenza, sia perché abituati ad aprirsi costantemente con i loro compagni di percorso, sia perché si era venuta a creare un’atmosfera di ascolto e di rispetto reciproco, dettata dalla volontà di infrangere ogni barriera che esiste fra il “noi” non-tossici e il “loro” tossici confinati in una comunità. Nelle loro storie ho trovato ansia di redenzione, di riscatto e di speranza incontenibile. Più volte ho chiesto loro il permesso di raccontare qui tutto quanto mi hanno detto, magari cambiando i nomi, ma tutti mi hanno espressamente chiesto di scrivere sempre nome e cognome, perché tutti sapessero. Tuttavia è bene che io pubblichi solo le inziali dei loro nomi, per garantire sia privacy che riservatezza.

Ogni storia mi ha terribilmente colpito nella sua dettagliata differenza che la contraddistingue da tutte le altre, ma alla fine ho capito che esistono dei fili conduttori che legano tutte le storie dei ragazzi fra loro. Ciò che più mi ha sconvolto invece, è stato il fatto che tutti riconoscessero in loro stessi gli unici colpevoli della caduta nella tossicodipendenza e non le centinaia di fattori esterni piombati nelle loro vite sfortunate. Ad esempio, durante una lunga passeggiata di un’ora e mezza circa, M. mi ha ripetuto più volte che l’abuso sessuale che ha subito da un parente per più anni è stato per lui una “scusa” per continuare a rifugiarsi negli anni seguenti nel cosnumo di cocaina, nella vita sregolata e nell’intolleranza smodata verso tutti coloro che provavano ad aiutarlo. A San Patrignano oggi M. è diventato un punto di riferimento per numerosi nuovi entrati, che di lui apprezzano la verità con cui ha accettato di definirsi unico responsabile della sua dipendenza. Ed è in questa responsabilità che M. ha trovato nuova linfa vitale per combattere per il futuro che gli si prospetta davanti. Un altro giorno che non posso dimenticare è quello in cui E. mi ha raccontato del suo abuso subìto da bambino da parte di un prete. Le insicurezze scaturite da quel passato che lo hanno poi spinto alla droga sono state la sua rovina, insieme ad una situazione familiare poco confortevole. A San Patrignano E. ha cominciato a rivalutare tutto quello che si era perso negli anni della dipendenza, ad apprezzare ogni singolo istante ricevuto e a sorridere persino del suo passato. Uno degli ultimi giorni E. mi ha consegnato un pacchetto di lettere ricevute in comunità (l’unica forma di comunicazione che si può avere con la famiglia può avvenire solo tramite lettera) perché voleva che le leggessi con calma in stanza per poi fargli sapere cosa ne pensassi. Questo gesto mi ha profondamente commosso, si trattava di una totale consegna a me del suo passato, di una confidenza assoluta fatta per condividere ciò che più di prezioso resta ad E. in comunità: la sua storia. E ancora, in vigna dopo una mattinata non facile A. mi ha raccontato del suicidio di sua madre da bambino, dell’abbandono di suo padre da adolescente, degli insuccessi sul lavoro e delle insicurezze generali piombate poi nell’abuso di pastiglie ed eroina. A. oggi è diventato perfettamente consapevole che la droga era diventata solamente un rifugio nel quale proteggersi dal proprio triste passato. Fuori dalla comunità gli pareva lecito, perché continuava a cullarsi nella spiegazione che in fondo se hai subìto dei torti e dei traumi sei legittimato a drogarti e a rovinarti l’esistenza. Dentro la comunità invece, attraverso un lavoro su se stesso, ha compreso che la causa di tutto non risiedeva nei problemi della sua vita, ma proprio nella sua debolezza nel rispondere ai problemi stessi. La comunità insegna che le tragedie possono essere affrontate o nella droga o nelle amicizie, e che sono parte integrante di qualsiasi essere umano sbarcato sulla terra. Lo sa bene anche G., che tra una vigna e l’altra guardandomi intensamente con occhi lucidi mi ha ripetuto con estrema lucidità “io-adesso-voglio-vivere. Adesso-amo-vivere”, descrivendomi gli sballi avuti fino ai 19 anni come “emozioni sintetiche”. G. ha provato di tutto. Sigarette, spinelli, per poi passare a cocaina, eroina liquida, fumata e aspirata, anfetamine di ogni tipo, LSD, crack, ecstasy, rari allucinogeni, pastiglie introvabili e ketamina (potente sonnifero che si dà ai cavalli), fin quando una over-dose non lo ha convinto ad entrare in comunità, disintossicarsi ed iniziare il duro percorso di ritrovamento personale. Quanta emozione e quante lacrime versate il giorno in cui ha incontrato i genitori dopo un anno di comunità; mi ha detto che li aveva “visti” per davvero per la prima volta nella sua vita, che adesso voleva renderli fieri e che sarebbe diventato un guida per il suo fratellino che ora è in prima media, e che prima era abituato a vedere il fratello maggiore in condizioni disastrose. E quante storie di ragazzi che la droga ha portato a vivere per le strade del mondo, nella povertà e nella solitudine di relazioni più totale. Come J. a Londra, L. a Barcellona e C. a Istanbul. In particolare il sogno di C. è quello di vivere un Natale in sobrietà con la propria famiglia, dato che l’ultimo è stato vissuto nella tensione dopo aver passato la notte tra il 24 e il 25 dicembre affogato nel mare della cocaina. Il sogno di R. invece è quello di tornare a lavorare serenamente e a creare una famiglia, proprio lui che della sua non voleva saperne più nulla dopo essere andato via di casa per spacciare in altre città d’Italia, riempendosi più che mai di eroina, fino al giorno in cui la sua abitazione è andata in fiamme a causa di un mozzicone di sigaretta durante una notte di sballo. Quell’evento e tutti i soldi rubati alla famiglia lo hanno portato a San Patrignano, dove oggi vive di relazioni profonde, sincere, senza maschere. Come queste poche storie ce ne sarebbero almeno altre 30 più sconvolgente sulle quali sarebbe possibile scriverci 30 romanzi diversi. Non c’è lo spazio e comunque non avrebbe senso. Tutto ciò che ha senso è capire che non è solo la dipendenza da droghe che va eliminata, bensì la fonte stessa del problema personale, che prima di entrare in comunità era un rifugio nel quale trovare giustificazioni per drogarsi, mentre in comunità è diventato soltanto un fatto negativo del proprio percorso di vita, che ha oscurato tutto il resto con la drammatica complicità e cattiveria della droga.

Ho salutato i miei nuovi amici con un pensiero di stima nei loro confronti che mi esplodeva dentro con una gioia incontenibile: ho detto loro (e loro mi hanno confermato che non sono il primo a dire una cosa del genere) che il percorso dei 4 anni di San Patrignano lo avrei dovuto fare anche io, così come tutte le persone non tossicodipendenti che però spesso rischiano di vivacchiare con superficialità nella doppiezza, nel mascheramento dei propri sentimenti e nella falsità. La dipendenza dalle droghe non è ciò che di più importante viene sconfitto a San Patrignano. In comunità si impara a tornare a essere uomini, donne, padri, madri e figli come si deve. La disciplina del lavoro e il rispetto del prossimo che la vita di San Patrignano insegna, instillano un tale amore e attaccamento alla vita nei cuori e nelle teste delle persone tanto da farle sentire più forti dei problemi stessi, che un giorno si ripresenteranno quando saranno fuori della comunità a fine percorso. Da quello che mi hanno insegnato, sono certo che anche i miei nuovi amici stanno imparando a trovare rifugio dai drammi esistenziali non più nelle droghe, che sono emozioni sintetiche, ma nel coraggio delle relazioni umane, nella forza del chiedere aiuto e nell’umiltà di riscoprirsi fragili e bisognosi di amore. Amare, amare fino alla fine tutto ciò che la droga ha portato via con prepotenza: questo è il senso ultimo di San Patrignano. E il mio augurio ai miei ragazzi della vigna è che possano continuare il loro splendido esercizio di guardare con occhi nuovi la realtà che li circonda. D’altronde, visto il grado di intimità reciproca che le nostre confidenze hanno raggiunto, le loro attese sono diventate anche le mie, e le loro speranze sono diventate anche le mie nuove speranze.

4 comments on La mia (brevissima) vita a San Patrignano

  1. C. ha detto:

    Un racconto profondo, pieno di amore e rispetto. Grazie Camillo e grazie a tutti i ragazzi di San Patrignano per averci raccontato come si può tornare a vivere una vita quando tutto sembra senza speranza.

  2. René ha detto:

    Grande.

  3. Maria ha detto:

    Leggere quest’esperienza che hai vissuto mi ha molto commosso , grazie per averci fatto partecipi di come si svolge la vita a San Patrignano. Con l’ augurio di una vita piena di serenità ❤️

  4. Cucchi giuseppe ha detto:

    Molto toccante
    Scrittura molto piacevole pure parlando di un argomento cosi difficile ,non è facile raccontare realta cosi dure in modo reale
    Devo dire che non sono riuscitoa fermare la lettura fino alla fine
    Comunque è bello vedere che non ci sono giudizi .ma solamente un tentativjo di “guardare” questo mondo con necessita di imparare
    Credo che lo dovrebbero condividere tutti grazie

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