Libera, Isola di Capo Rizzuto

Ripercorriamo l’emozionante esperienza che abbiamo vissuto nell’ultima settimana

by Camillo Barone

Non è semplice raccontare il fenomeno della mafia e della malavita organizzata. Non è semplice per uno studente universitario di 21 anni, che non possiede fino in fondo le conoscenze e le reti di informazioni sufficienti per poterne parlare in pubblico. Ma il racconto diventa fattibile per i più giovani quando la mafia viene vissuta sul luogo giusto, in prima persona, aprendo bene le orecchie e prestandole all’ascolto delle storie di chi ne ha pagato le conseguenze. Questo è ciò che è successo a me, con altri 18 colleghi degli studi universitari con cui ho convissuto per 7 giorni in un bene confiscato alla ‘ndrangheta ad Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, grazie ad un progetto di volontariato tra la nostra università (Luiss, Roma) e l’associazione Libera Contro le Mafie. Sì, 7 giorni, che in realtà sono parsi 7 mesi o 7 anni per come il tempo si è poi dilatato a furia di vivere intensamente ogni singolo minuto concesso, dalle 6:30 di mattina fino a notte inoltrata (a volte a fatica, altre con slancio). Creare comunità in un bene confiscato alla mafia non è difficile, se hai con te le persone giuste e se segui e impari ciò che ti viene spiegato, ed è nel senso di comunità che il tempo si è dilatato anche nel nostro caso, spesso alienandoci dalle nostre provenienze.

Grazie alla legge 109 del 1996, e soprattutto grazie all’impegno di Libera, i beni confiscati alle mafie possono essere riqualificati e riutilizzati per fini di sviluppo locale o di coesione sociale in aeree da decenni controllate e martoriate dalla criminalità organizzata. Anche noi siamo stati ospiti nella profonda Calabria ionica di un bene confiscato chiamato Terre Joniche, cooperativa sociale nata nel 2013 grazie ad un bando pubblico dell’amministrazione comunale di Isola Capo Rizzuto guidata dall’ex sindaca Carolina Girasole. Ed è dal 2013 che giovani di tutta Italia si alternano in questo grande casale confiscato alla ‘ndrangheta per vivere a pieno quella che è la pratica anti-mafia più concreta.

Il valore del terreno come bene immobile e di proprietà in Calabria così come nelle altre regioni del Sud Italia è più forte che mai. Per questo il lavoro delle cooperative promosso da Libera infastidisce così tanto la mafia, fino a renderla mortalmente pericolosa per chi abita quelle terre. Tanto che una volta confiscati i beni ai clan di Isola Capo Rizzuto è stato molto difficile trovare abitanti del luogo che vi andassero a lavorare, proprio perché quei terreni erano di proprietà della ‘ndrangheta e così doveva restare. Ma ogni estate succede qualcosa di straordinario: grazie a Libera gli ospiti della cooperativa di settimana in settimana lavorano i campi, gli orti e curano la terra, negli stessi luoghi precedentemente ‘curati’ dalla malavita, sequestrati dallo Stato in seguito a maxi-arresti. Leggere tutto questo sul giornale o sul web non sembrerebbe poi così rivoluzionario, ma lo è nei fatti e lo è soprattutto simbolicamente. I terreni della ‘ndrangheta erano luoghi di morte e di sfruttamento, grazie a Libera oggi sono luoghi di rivalutazione, di impegno sociale, di cultura anti-mafia e soprattutto di vita, vita libera.

La vita libera, infatti, la si impara a praticare ascoltando le storie di chi non ha chinato il capo alla ‘ndrangheta, in politica così come nel lavoro quotidiano. Per questo nei pomeriggi nella cooperativa, sono stati organizzati incontri faccia a faccia con le vittime e i parenti delle vittime della mafia calabrese. L’ascolto di queste storie terrificanti non è distaccato dal lavoro nei campi confiscati. Il lavoro di rivalutazione nei campi infatti continua con il dialogo e la sensibilizzazione alle tematiche del rapporto tra mafia e popolazione locali. Si è trattato di dialoghi intensi, e per questo così dolorosi e così reali. Giovanni Gabriele, padre del piccolo Domenico (11 anni), assassinato nel 2009 mentre giocava a pallone, ci ha detto che “lo Stato siamo noi”, noi riuniti ad ascoltare la sua storia. Detta da lui, la frase assume tutto un altro valore. È impossibile per un padre accettare la perdita di un figlio drammaticamente giovane, ma Giovanni ha trovato il senso del suo cammino di vita nell’incontro coi giovani, nel dire loro che la mafia non può avere l’ultima parola nel decidere chi deve vivere e chi deve morire. Lui testimonia che se la popolazione si stringe in un valore comune, l’anti-mafia, la giustizia può prevalere. Domenico infatti, anche grazie a Libera, viene ricordato ogni anno con un torneo di calcetto volto al raccoglimento della popolazione di Isola Capo Rizzuto intorno al valore della libertà e della denuncia sociale. La stessa redenzione è arrivata per l’imprenditore di Lamezia Terme Rocco Mangiardi, che guardava negli occhi ciascuno di noi mentre testimoniava la sua storia con la ‘ndrangheta, con grande proprietà di linguaggio e forza espressiva. La sera stessa della mattina in cui gli arriva la richiesta di un pizzo di 1200 € mensili Rocco decide di denunciare questo orrendo sopruso, solo dopo aver raccontato tutto alla moglie e ai figli. Per lui era inconcepibile che dei perfetti sconosciuti entrassero un bel giorno nella sua attività commerciale per estorcergli denaro che non era loro dovuto. Per un semplice motivo, dice Rocco: quel denaro, quei 1200 € (che lui chiama ‘tassa sulla paura’), se fossero rimasti a lui ci avrebbe potuto pagare uno stipendio, mentre se fossero andati alla ‘ndrangheta, sarebbero serviti a finanziare almeno un omicidio di mafia ogni due anni (dato che il costo di quest’ultimo si aggira intorno ai 20.000/25.000 €), o il traffico di droga, di armi, di esseri umani e altre bestialità ‘ndranghetiste. Rocco ha insistito nel dirci che alcuni calabresi (chi in buona fede a causa dell’ignoranza, chi perché viziato da sporchi interessi) pensano che la mafia è utile alla creazione dei posti di lavoro: bugia.

La mafia crea estorsione, crea pizzo, che a sua volta crea disoccupazione nera. Perché? Semplice: gli imprenditori che pagano il pizzo vengono messi con le spalle al muro. O si paga un pizzo di 1200 € o paghi un giusto stipendio ad un meritevole dipendente. Carolina Girasole invece, ci ha insegnato che la politica può, anzi deve, agire contro gli sporchi interessi privati della ‘ndrangheta. Lei lo sa bene, proprio lei che ha permesso la nascita della cooperativa Terra Joniche, dove abbiamo vissuto noi e dove ogni anno decine e decine di giovani italiani lavorano nei campi dei beni confiscati, venendo in contatto con tutti gli aspetti della vita e della cultura calabrese. Carolina Girasole ha detto no all’eolico selvaggio mafioso, alle ville abusive sulla meravigliosa e azzurrissima costa ionica, che avrebbero stuprato un territorio a dir poco magico. Ma la popolazione non è stata con forza dalla sua parte, tanto da perdere la ricandidatura alle successive elezioni comunali del 2013, dopo aver già ricevuto minacce su minacce con lettere mortifere, automobili bruciate, case e uffici comunali distrutti. Fino alla drammatica notte in cui alle 3 del mattino la Guardia di Finanza irrompe nella sua abitazione per dirle di essere agli arresti domiciliari con l’ignobile e falsa accusa di voto di scambio, poi totalmente smentita dalla magistratura per la grande assenza di prove. Si è trattato di una lucida volontà di sistema volta all’annientamento di una donna che afferma con coraggio che senza la distruzione della ‘ndrangheta il territorio non può rifiorire. E poi don Francesco Gentile, giovane prete e neo-parroco di Isola Capo Rizzuto, che da un giorno all’altro è stato chiamato a sostituire il suo predecessore don Edoardo, che oggi è agli arresti domiciliari in seguito a un inchiesta per infiltrazioni mafiose che ha visto partecipi anche i vertici della Misericordia locale, che gestisce molti posti di lavoro.

La ‘ndrangheta è tossica, fa male al territorio e fa male alle persone, agisce per vigliaccheria, per prese di posizioni infondate e violente. Rocco Mangiardi ci ha solennemente raccontato il sacro momento in cui ha alzato il braccio in aula di tribunale per puntare il dito sul boss Giampà, artefice del suo pizzo. Oggi Rocco vive con la scorta, ma dice di poter guardarsi allo specchio e di poter conversare con i suoi figli da uomo leale e trasparente. E la sua attività commerciale a Lamezia Terme continua a battere cassa con dignità.

Un’immagine forte mi ha guidato alla fine di questa esperienza travolgente. È l’immagine dei miei amici e compagni di studi che ballano come forsennati l’ultima sera della nostra settimana di attività di volontariato, sul terrazzo della villa sequestrata alla ‘ndrangheta in cui abbiamo vissuto. Mentre li guardavo ballare fino all’1 di notte, ho pensato che forse è un po’ contraddittorio celebrare il volontariato anti-mafia ballando e festeggiando fino a notte fonda. Quella notte invece, andando a letto, ho pensato tra me e me che se non fosse stato per Libera, su quel terrazzo, quella stessa sera potevano trovarsi seduti a tavolino dei boss della ‘ndrangheta per decidere chi deve morire e chi deve vivere, chi è libero e chi non lo è. Questo è il senso sacro ed ultimo dei beni confiscati: che da luoghi di morte, diventano luoghi di solidarietà, di vita, di danza.

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