Sharing Economy

Sharing Economy

Un modello Positivo

by Alessandro Nicolai

“Car pooling, home sharing” sono ormai tra i neologismi più diffusi degli ultimi anni. Viviamo un periodo ove si preferisce condividere un bene con soggetti terzi, limitando costi e sprechi, piuttosto che sobbarcarsi gli incombenti derivanti dalla sua titolarità. Stiamo assistendo ad una dei più decisi cambi di rotta della storia dell’economia moderna, destinata ad adattarsi alle nuove esigenze dei consumatori. Questa nuova tendenza è definita “sharing economy”.

Questa definizione, un po’ semplicistica come tutte, ma espressiva del nocciolo della questione, riassume il nuovo credo dell’utente medio, poco propenso ad investire una determinata somma per acquistare in maniera definitiva un certo bene, ma piuttosto interessato a goderne in misura adeguata alle sue effettive necessità e per la corrispondente fascia temporale (la fascia ove i più prudenti aprono l’ombrello per non bagnarsi). La riflessione che precede il conseguente atteggiamento economicamente rilevante bilancia sui piatti benefici-costi, da un lato, il grado di soddisfazione assicurato in ragione della perduranza nel tempo della proprietà del bene e, dall’altro, il costo di acquisto e di manutenzione del medesimo. Quando risulta sufficiente disporre di un qualcosa solamente occasionalmente per il periodo strettamente necessario, il consumatore è portato a investire una somma di denaro per “l’affitto” del bene: è un ragionamento che esaspera l’idea che porta il villeggiante a prendere in locazione un appartamento, e non ad acquistarlo, per la durata delle vacanze.

In passato il meccanismo di condivisione era limitato a beni di lusso o ad utilizzo fortemente accidentale: multiproprietà, travestimenti da teatro, campi sportivi e così via. Ma attualmente, le potenzialità della sharing economy hanno condotto gran parte di noi a preferire la condivisione in molti altri campi, come quello del settore automobilistico, dell’enogastronomia, del finanziamento (mi riferisco al crowdfunding). Ma quali sono le componenti fondamentali di questo modello? Scopriamole:

  • Piattaforma, i beni sono posseduti direttamente dalle persone che s’interfacciano per scambiarli;
  • Community, conseguenziale alla formazione di una piattaforma, consiste nella creazione di una relazione sociale tra i singoli operatori;
  • Convenienza, economica derivante dall’utilizzo limitato nel tempo e dal seguente risparmio in termini d’investimenti e sprechi.

Le parole chiave di questo mondo sono “condivisione, riutilizzo e riuso”: l’idea di mettere a disposizione il proprio apporto all’interno del ciclo di produzione e impiego, fa sì che le due stesse fasi di produzione ed impiego finiscano per sovrapporsi. Questo comporta un beneficio evidente in termini di sprechi e sostenibilità, garantendo un controllo sulla produzione governato dagli stessi utenti. Mai come in questo modello è vera l’affermazione che è la domanda generare l’offerta, e non il contrario.

Fino a questo momento abbiamo sviscerato il fenomeno da un posto di vista prettamente tecnico, ma non bisogna tralasciare le profonde implicazioni filosofiche, che stanno dietro al fenomeno. L’idea di fondo è quella di abbattere un modello economico, basato esclusivamente sulla proprietà di un bene, per sposarne uno nato sulla condivisione. Per fare ciò, bisogna scrollarsi di dosso il pensiero che solo lo stretto contatto ci permette di trarre utilità, ma che invece solo dall’impiego effettivo di un qualcosa possiamo ottenere beneficio. Questo avalla la possibilità di consentire un uso collettivo, ove i consociati si susseguono ciclicamente nella fruizione dei servizi.

D’altro canto, il modello della sharing economy non può soppiantare interamente, almeno in questo momento storico, il concetto di proprietà, radicato nella cultura occidentale e pilastro del nostro sistema costituzionale. Ma questo non significa nemmeno che non possano trovare asilo realtà di condivisione, quando le convergenze economiche e sociali ne permettono l’ingresso.

Insomma, aspettatevi a dover condividere pure le mutande: il destino è ineluttabile. Ma almeno prima sforziamoci di esportare il bidet. Altrimenti niente sharing di intimo, ma al massimo “intimo sharing” solo con gli amici più stretti!

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