Simone De Beauvoir

La pietra miliare del femminismo contemporaneo

by Beatrice De Negri

Ogni articolo, saggio e pensiero sul femminismo dagli anni ’50 in poi fa inevitabilmente riferimento a Simone De Beauvoir, si può dedurre quindi che tutti, seppure inconsapevolmente, la conoscano. Simone De Beauvoir, principalmente filosofa e militante, ma praticamente molto di più, nasce a Parigi nei primi del ‘900 e si inserisce in un contesto storico-sociale particolare, ovvero quello del devastante secondo dopo guerra. All’università, la giovane Simone si unisce alla corrente dell’esistenzialismo, nato come risposta al fallimento di correnti come il positivismo e l’idealismo; in questo contesto conosce personalità di spicco come l’illustre Martin Heidegger. Nemmeno perdo tempo a dire che il marito dell’audace filosofa fu l’esistenzialista Sartre, francamente tutta la faccenda della “relazione aperta” per quanto intrigante (famoso è il ménage à trois narrato nel romanzo “L’invitata”), è piuttosto scontata. Per stavolta e stavolta soltanto, cerchiamo di non essere i soliti anelli mancanti alla ricerca del gossip e buttiamoci allegramente nel tran tran filosofico.

La prima opera di stampo filosofico è “Per una morale dell’ambiguità” (vergognosamente introvabile nelle librerie), in cui Simone reinterpreta la visione esistenzialista in maniera decisamente positiva: l’esistenzialismo si configura come la filosofia della libertà.

“Il senso di un avvenimento del passato è sempre revocabile.”

Per non renderla troppo incomprensibile, possiamo affermare che la liberazione dell’essere umano consiste nel salvare la nostra esistenza a partire dal nostro rapporto “Io-mondo” ed “Io-altro”:poiché l’uomo vive nell’insicurezza dell’esistenza (rapporto di ambiguità ontologica) non può pretendere di basarsi su una morale astratta, ovvero su regole prestabilite, bensì la verità ed il bene devono essere costruiti a seconda della situazione: il rapporto fra contenuto e senso di un’azione va verificato singolarmente, non universalmente. Simone De Beauvoir, atea fino al midollo, elimina la “provvidenza divina” e le “regole di Dio” in vista di un impresa che ha come fine la felicità dell’uomo, la quale si compie nella risoluzione dei conflitti umani nell’immediato, nella liberazione dell’Altro. Questo famoso “Altro” (“tip” per i poco pratici di codeste faccende) è niente poco di meno che la donna, il nero, il disabile, ovvero, tutto ciò che non è l’uomo bianco cisgender.

“Desidero che ogni vita umana sia pura e trasparente libertà”

Comprendiamo fin qui (per i superstiti che stanno reggendo, coraggio!) che la parte etica e quella politico-sociale sono due facce di una stessa medaglia: da un lato la filosofa mette in rilievo l’angoscia dell’essere umano nei confronti del mondo,
dall’altro emerge il rapporto del soggetto che si sente “altro” rispetto all’ambiente sociale ostile (punto focus de “Il secondo sesso”).

Con “Il secondo sesso”, Simone De Beauvoir in maniera brillante e rigorosa sforna la cosiddetta “Bibbia del femminismo” dividendo in quattro parti il discorso sulla donna: biologico, storico, mitico e situazionale. Nella prima parte del saggio, se dapprima la donna viene mostrata secondo i luoghi comuni e la visione tipica dell’uomo, Simone mostra che la verità dell’essere-donna non può essere ridotta ad una visione naturalistica, la donna non può essere definita in funzione del suo utero. Nella seconda parte, viene mostrata l’assenza della donna nella costruzione della storia, la donna non si costruisce, a lei viene imposto un ruolo. La terza sezione racconta le varie forme che la donna assunse nei miti durante il tempo, ella è insieme l’impura Eva e la casta Vergine Maria, proprio a confermare l’ambiguità stessa dell’idea dell’Altro. Infine, l’ultima sezione è dedicata all’analisi del vissuto femminile visto in chiave evolutiva, dall’infanzia alla senilità ed è qui che viene mostrata la condizione di uguaglianza apparente della donna rispetto all’uomo, ella ha raggiunto l’inserimento nella società eppure non si conosce, non si ritrova, infatti tutto ciò che la circonda è un riflesso di sé stessa costruito dal mondo maschile. Se in un primo momento il mondo femminile scopre le ingiustizie della sua condizione e scopre la sua condizione di Altro, lo step successivo è quello di autodefinirsi, prima interiormente e successivamente tramite il confronto con l’uomo. La problematicità di definire la donna in un concetto è tutt’ora una questione aperta, quello che la filosofa suggerì è la via del racconto, della testimonianza e della ricognizione.

Dopo esserci immersi negli sproloqui filosofici più assoluti, riporto ciò che la stessa Simone De Beauvoir disse di sé, con la sua solita irriverenza:

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale. Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un’istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout.”

Il messaggio è chiaro: piantatela di dividerci in “sante” e “peccatrici” (per non cadere in bassezze) perché siamo entrambe le cose e molto, molto di più.

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