Solo in parte Me

ALICE_SFONDO

Può una persona essere sempre identica a se stessa?

 by Fabrizio Mollicone

Cosa fa si che una persona sopravviva come una singola persona, attraversando una drastica serie di cambiamenti, che inevitabilmente dovrà affrontare nella sua vita? Cosa fa sì che ogni mattina che mi alzo dal letto, io sia sempre la stessa persona? Ma ancora prima: “cosa si intende per persona?”. La risposta che voglio proporvi è questa (siate coscienti però che non è l’unica):

  1. è qualcosa capace di auto-attribuirsi delle azioni, dei pensieri, senza disgiungerli da un da un “vissuto”: il “vissuto” è un’esperienza dal mio punto di vista, è qualcosa di esclusivamente mio: vuol dire, parlare di certi eventi nel modo in cui essi sono stati per me, o per cosa essi hanno costituito nella mia vita.
  2. una persona è un’unità continua[1] di un fisico e di una mente, e di eventi che coinvolgono quel fisico e quella mente. Se questi eventi sono legati continuamente tra loro, la persona resta sempre la stessa persona: pare na cosa difficile, ma vuol dire, all’incirca, che se io posseggo i miei ricordi, sono sempre io.[2]

Analizziamo ora, con l’ausilio di un esempio, i criteri che garantiscono alla persona di rimanere la medesima nel tempo.

Nella sua opera più celebre, Alice in Wonderland, l’autore inglese Lewis Carroll si diverte a disorientare il lettore scardinando ogni certezza del senso comune: dal tempo, allo spazio, all’ identità personale. Alice cambia forma e grandezza mangiando un pezzo di fungo, o bevendo da una fiala, finché, alla lunga, le sopraggiungono dubbi circa chi ella sia diventata. E’ il Brucaliffo a porgere la fatidica domanda: «Tu… Chi sei tu?»; e Alice: «Io… io non saprei, signore, con esattezza, sul momento… o perlomeno so chi ero quando mi sono svegliato stamattina; ma credo di essere cambiata diverse volte da allora» […] «Io non mi posso spiegare, dolente, signore, perché non sono me stessa, capisce?» […] «Dolente di non potermi esprimere con chiarezza, perché non riesco a comprenderlo neppure da me, tanto per cominciare; ed essere di tante differenti misure in un giorno, confonde parecchio».

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Ritengo personalmente che non sia un caso che tali affermazioni siano rivolte ad un essere immaginario dalla forma di un bruco: infatti per eccellenza il bruco, con le sue metamorfosi, è l’insetto in assoluto meno identico a sé stesso di tutti. Infatti la risposta del Brucaliffo sarà: «Macché». La conversazione continua e il Brucaliffo: «Così credi di essere cambiata giusto?» «Temo di sì signore, non riesco a ricordarmi le cose come al solito…»: Alice non riesce a ricordare i versi delle poesie che sapeva a memoria. Se viene meno il link della memoria, Alice non sa più chi è, non è più certa di sapersi riconoscere. Ecco dunque i due criteri canonici dell’identità personale: quello fisico, e quello psicologico (la memoria); questi garantiscono l’identità di una persona nel tempo.

La tesi che vi voglio proporre, e a cui forse lo stesso Carroll strizzava l’occhio, è: ha realmente senso chiedersi se io sono sempre lo stesso? O, più in generale, parlare di identità? Già da piccoli cresciamo con il mito dell’uguaglianza: “siamo tutti uguali”; tuttavia, forse, è esattamente di questo che ci dobbiamo sbarazzare. Ancora oggi meccanismi sociali come quello della moda, delle tendenze, degli influencer, sono indirizzati al sorgere dell’omologazione, un tipo di omogeneità che facilita il controllo delle moltitudini. L’identità è come un rifugio. Se ci pensate molta della storia del pensiero occidentale, fa esattamente questo: osservando il mondo si può constatare che nulla resta uguale, tutto cambia e si trasforma: diviene. La tendenza istintiva e naturale dell’essere umano, è cercare dei segmenti di continuità, degli scogli ontologici, cui affidare la propria esistenza così da non sentirsi travolto dal mare tempestoso della caducità e della trasformazione, che non sa controllare. Un vero e proprio istinto di sopravvivenza, una finzione, una menzogna, arma difensiva numero uno dell’intelletto[3]. Per il concetto di persona, e identità personale, il discorso è analogo: ma allora, forse parlarne diventa qualcosa di superfluo.

IDENTITA'

 

Rinunciate a questo rifugio, e immaginate una cultura che anziché demonizzare il diverso, demonizzi l’identico. Assai affascinante mi sembra lasciare che questa diversità si impossessi del concetto stesso di persona, come se quest’ultima fosse qualcosa di continuamente cangiante e inafferrabile, nessun limite identificativo. Rinunciare all’ordine del cosmo, e lasciarsi travolgere dalla potenza vitale del caos e del non-identico.

 

 

[1] Badate alla differenza tra “continuità” e “identità” della persona.
[2] Provate a immaginare come solo queste due questioni abbiano ispirato la letteratura fantascientifica.
[3] Come ad esempio dice Nietzsche in “Su verità e menzogna in senso extra-morale”.

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