Theresa May

Theresa May

La donna giusta per la Brexit?

by Alessandro Nicolai

Secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary la diplomazia è “la professione, l’attività, l’abilità di intrattenere relazioni internazionali”. Forse, alla luce degli ultimi avvenimenti politici interni, la Crusca d’oltremanica dovrebbe rivedere parzialmente la sua visione, ampliandola, in quanto dire cosa appartiene strettamente al contesto internazionale o meno, nel caso in cui oggetto delle discussioni sia lo stesso status di una nazione, è un nodo gordiano. Una buona diplomazia è figlia di un’adeguata abilità nella sua tessitura. Definire chi è un buon rappresentante è pertanto complesso:  come valutare un’arte, che, essendo tale, è difficilmente confinabile entro schemi predefiniti?

Questa è la considerazione che  bisogna tenere ben a mente, quando si cerca di valutare l’operato dell’attuale Prime Minister del Regno Unito Theresa May, seconda donna della storia ai vertici apicali della monarchia parlamentare britannica, in un periodo di storica transizione, qual è la Brexit. Una figura femminile che, a prescindere dalle coloriture politiche, sta divenendo simbolo di un oltranzismo politico volto a dare concretizzazione a quello che è stato il risultato del referendum popolare del 2016 circa l’abbandono o meno da parte del Regno Unito dell’Unione Europea.

Theresa May nasce nel 1956 a Eastbourne nel Sussex da una famiglia di stampo conservatore con una forte vocazione religiosa (il padre era un sacerdote anglo-cattolico). L’ambiente natio finirà per influenzare molto l’orientamento politico di Theresa . La prima gioventù è l’esperienza di vita di un ambiente rurale di provincia, che costituisce un vero e proprio maestro di vita, insegnandole l’umiltà ma al contempo infondendole un forte ambizione. Uno dei suoi compagni di studi Pat Frankland, ai microfoni della BBC nel 2011, ha detto: “I cannot remember a time when she did not have political ambitions. I well remember, at the time, that she did want to become the first woman prime minister and she was quite irritated when Margaret Thatcher got there first”.

Theresa si trasferisce al St. Hughes College di Oxford per affrontare gli studi. Gli anni universitari segnano la sua vita sentimentale: infatti è proprio in questi anni che conosce Philip, il suo attuale marito. La formazione, prima, e gli impegni lavorativi, poi, tuttavia, assorbono a tutto tondo la vita di Theresa, al punto che la coppia non ha mai avuto figli. Dopo aver conseguito la laurea in Geografia, lavora presso la Banca d’Inghilterra per 6 anni, fino al 1983, per poi ricoprire ruoli dirigenziali all’interno dell’Agenzia dell’Entrate.

Gli anni ’90 segnano politicamente la sua ascesa: dopo alcuni tentativi elettorali fallimentari, finalmente nel 1997 viene eletta deputata  per il Maidenhead, città dello Berkshire, alle relative elezioni generali. Da questo momento inizia la sua militanza parlamentarmente attiva tra le fila del partito conservatore. Non sono anni semplicissimi per quest’ultimo che, dopo anni di indiscussa maggioranza, viene relegato all’opposizione dal voto popolare. Theresa ricopre diversi ruoli nei governi ombra durante gli anni della presidenza laburista di Tony Blair. La lunga militanza e l’acquisita esperienza danno i loro frutti, tantoché  viene nominata Segretario di Stato per gli affari interni e Ministro per le Donne e le Pari Opportunità, a seguito della vittoria del partito conservatore alle elezioni generali del 2010.  Con il rinnovato trionfo alla tornata elettorale del 2015, il governo Cameron le affida la conduzione della segreteria degli affari interni.

L’evento che segna la carriera della May è l’esito referendario del 23 giungo 2016. L’ascesa dei partiti nazionalisti e sovranisti e le conseguenti pressioni politiche degli ultimi anni unite alla promessa elettorale del governo conservatore portano all’indizione di una consultazione popolare circa la volontà o meno di restare all’interno dell’Unione Europea: con un risultato inatteso, prevale il “Leave”. L’allora primo ministro Cameron, schieratosi apertamente per il “Remain”, abbandona la guida del governo e Theresa sale al timone dell’esecutivo Tory con il compito di guidare la storica transizione del Regno Unito  verso l’uscita dall’Unione Europea. Nonostante il termine finale della legislatura cadesse nel 2020, la maggioranza parlamentare decide di votare una mozione di sfiducia e di indire nuove consultazioni. Consapevoli dei sondaggi favorevoli, i Tories speravano di allargare la forbice del numero dei rappresentanti rispetto alle formazioni d’opposizione. Ma la storia recente, che aveva già dimostrato la fallacia delle proiezioni di voto, si ripete di nuovo: risultato inaspettato; i conservatori vincono le elezioni, ma con un distacco ancora inferiore rispetto a quello della tornata elettorale del 2015. Risultato? Un governo di coalizione con gli Unionisti nord-irlandesi. Laburisti guidati da Jeremy Corbyn all’opposizione, ma rafforzati.

Fissata la data limite per la conclusione di un accordo al 30 marzo 2019, vengono avviati gli estenuanti negoziati con l’Unione Europea che sfociano nella stesura durante lo scorso novembre di un documento di 585 pagine. La linea che prevale è quella di una “soft Brexit”: un abbandono di mamma europa che ha più il sapore di una settimana bianca piuttosto che quello della fuga dall’abitazione dei genitori. Vengono salvaguardate molte libertà di movimento di capitali e merci, controlli in materia di qualità di beni e servizi e, soprattutto, viene stabilito il mantenimento ben oltre il periodo di transizione(fissato al 2020) di un’unione doganale almeno per quanto concerne l’Irlanda del Nord, con tanto dispiacere delle frange più estremiste degli unionisti. Niente muro tra Eire e Belfast, in modo da evitare tensioni in un periodo storicamente difficile, con tantissimo dispiacere delle frange molto più estremiste degli unionisti: chi non si arrabbierebbe, in una contemporaneità ove i blocchetti di mattoni vanno per la maggiore, a vedersi negato il proprio muretto divisorio?

15 gennaio 2019. Theresa non passa il proprio crash test. Il suo accordo si schianta sul muro parlamentare. 432 no certificano l’inadeguatezza del negoziato. I segnali non sono rassicuranti nemmeno sul fronte opposto, ove il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker si trincera dietro la non modificabilità dell’accordo, intimando a Londra di chiarire al più presto la propria posizione.

Questo è il contesto politico che fa da scenografia ad una leader che sta cercando di coniugare gli interessi dei numerosi attori sul palco, ma sempre accorto a non voltare le spalle al pubblico che ha votato in una certa maniera e si è espresso in un modo ben definito: lasciare l’unione Europea. D’altro canto, il tempo scorre e l’ipotesi di un “no deal”, da mera chimera, si sta profilando vieppiù come una possibilità concreta e le previsioni non sono di certo rassicuranti. Il contraccolpo in termini macroeconomici di un leaving senza accordo è stimato in una perdita percentuale pari a circa il 9% del Pil.

Tralasciando qualsiasi stima, ciò che possiamo affermare con certezza è che, a prescindere dagli ideali politici, il Regno d’oltremanica ha trovato in Theresa un leader carismatico e determinato in grado di resistere agli attacchi plurimi e incrociati dei suoi stessi membri di partito e dell’opposizione e, fuori dai confini nazionali, dei vertici dell’Unione Europea, indispettiti per la mancata attuazione di un accordo a lungo negoziato e rifiutato proprio dai rappresentanti di coloro che hanno deciso di intraprendere questa via. Un leader che ha resistito alla mozione di sfiducia votata a seguito del fallimento dell’accordo e che, ricompattata la maggioranza, sta cercando di raggiungere un nuovo compromesso in prima persona. Sarà la nuova Lady di ferro la persona giusta per traghettare il proprio paese in acque sicure?

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