Touchi Tua

I rischi di invasione della privacy

by Alessandro Nicolai

Villani depravati, sappiamo benissimo cosa fate con quelle mani. Esattamente, avete capito bene. E nemmeno ve ne vergognate. Lo fate al buio, alla luce del giorno e persino durante i pasti. E’ sotto gli occhi di tutti, perché lo fanno proprio tutti ormai, senza distinzione di sesso, razza o religione. Chi al giorno d’oggi infatti non digita con uno smartphone? E’ il gesto forse più inflazionato negli ultimi anni. Ma se pensavate che un movimento così semplice e diffuso non celasse parte della vostra personalità, vi stavate sbagliando di grosso. Una ricerca della Divisione Data61 del consiglio nazionale australiano delle ricerche ha infatti dimostrato che è possibile dedurre informazioni circa la personalità dei consumatori, sulla base dello studio statistico di come essi interagiscono con lo schermo dei proprio cellulari. La ricerca si è basata sull’analisi dei 40 mila 600 gesti realizzati dagli 89 utenti selezionati: è emerso che ogni tocco costituisce un campione utile per tracciare il profilo del soggetto utilizzatore.

“I nostri risultati mostrano che dalla scrittura su una tastiera touch è possibile ricavare un 73,7% di dati utili, mentre il dito che striscia sulla tastiera da destra verso sinistra ne rivela il 68,6%”, scrivono i ricercatori. I parametri rilevanti sono rappresentati dalla velocità del gesto, dalla durata, dall’area dello schermo interessata dal tocco, dalla pressione e dall’orientamento del dito.
Gli orizzonti che ha aperto questo studio ha polarizzato l’opinione pubblica in due fazioni: da un lato gli sviluppatori degli smartphone e delle apps, che hanno accolto con favore la notizia e dall’altro i consumatori, che in un presente ove le invasioni della sfera della privacy personale risultano un tema così caldo, hanno intravisto i rischi derivanti dall’utilizzo improprio dei dati collezionabili.

“Tracciare il comportamento degli utenti basandosi sul tocco sullo schermo di uno smartphone è una maniera furtiva per seguirci – dice Mohamed Ali (Dali) Kaafar, direttore per la sicurezza e la privacy di Data61 e docente di cybersicurezza all’Università Macquarie di Sydney – Non richiede autorizzazione e la maggior parte delle persone può ritenerla innocua o irrilevante. In realtà è una maniera davvero potente per raccogliere dati degli utenti. Non c’è nulla nel sistema operativo dei telefonini che impedisca alle applicazioni di usare questi dati”. Queste avvisaglie da parte dei ricercatori stessi hanno messo sulla difensiva gli utenti, sempre più timorosi di sentirsi “spiati”, soprattutto alla luce dei recenti scandali che hanno coinvolti Facebook e Cambridge Analytica. La mancanza di una disciplina transnazionale del diritto alla privacy, legiferato in maniera differente non solo tra le potenze mondiali ma all’interno della stessa cornice europea, unita alla multinazionalità dei mercati interessati dal commercio dei telefoni di ultima generazione rischia di configurare un vuoto di tutela, sfruttabile per un guadagno incontrollato da parte degli operatori di mercato, che possono lucrare al massimo sul commercio delle informazioni raccolte.

D’altra parte, però, non possiamo nemmeno rinnegare totalmente i benefici che questi studi possono garantire: non dimentichiamoci infatti che in tal modo possono essere distinte le identità degli utenti, in considerazione delle diverse modalità di pressione dello schermo, così da impedire l’eventuale utilizzo da parte di soggetti terzi senza il consenso del proprietario. In tal caso, la privacy sarebbe invece difesa e assicurata.

Insomma, come in tutte le cose, bisogna saper discernere le implicazioni vantaggiose delle scoperte da quelle manipolabili per finalità ostili. Prendiamoci il buono del progresso e scartiamo ciò che può risultare pregiudizievole: solo così tutti finiranno per convincersi circa la totale bontà dello sviluppo.

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